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La casa dei coriandoli

La casa dei coriandoli

La cicogna Pina è al suo ultimo viaggio: è molto anziana ma vuole provare ugualmente a portare, alla famiglia che lo ha richiesto, un bambino grosso grosso che altrimenti, a causa della sua corporatura imperfetta, verrebbe mandato alla Fabbrica di Smaltimento, dove i neonati vengono rottamati. Le altre cicogne dotano Pina di un’imbracatura legata stretta stretta che le permette di trasportare il nerboruto neonato e l’anziano uccello parte per un lungo viaggio: una volta arrivati, Pina scopre che la famiglia di destinazione del bambino è molto povera e si guadagna da vivere trasformando i libri in coriandoli. È una famiglia un po’ strana, oltretutto: Marcello e Martina, i genitori, dividono la piccola casa con Nada, una ragazza invisibile e Zufolo, un bambino di plastica. Hanno perso il loro primo figlio, Matteo, perché è stato ingoiato dalla televisione che ora non guardano più. Il nuovo arrivato viene accolto con moltissimo amore e viene chiamato Mosè: chissà se seguirà le orme dei genitori ex-musicisti e chissà quale destino gli sarà riservato. Per Pina è ora di lasciare questo mondo e l’ultima sua azione è un atto di estrema generosità, poiché Zufolo sta per morire e la cicogna decide di salvarlo facendo a cambio di cuore con lui. Ora è arrivato il momento per Zufolo, Nada e Mosè di vivere la loro vita, contrastando il clima oppressivo creato dal Governo che vuole distruggere la cultura, la musica e qualsiasi forma di dissenso e, soprattutto, trovando la loro vera strada, qualcosa per cui combattere e - perché no - anche dare la vita...

È una vera e propria fiaba quella ideata da Giorgio Comini: un racconto forse più adatto ai bambini che agli adulti, in quanto totalmente privo di disincanto e cinismo. È l’apoteosi dei buoni sentimenti: l’importanza di aggregarsi, di affermare se stessi, la priorità di capire che la diversità arricchisce... eppure non manca anche una critica alla nostra società. Una società che depreca la cultura e ne fa “coriandoli”, che pensa solo all’estetica, che non dà importanza alla natura e al benessere del pianeta. La casa dei coriandoli è quindi un libro multistrato: può essere letto come una fiaba con animali parlanti ed elementi magici oppure come un’invettiva contro il mondo degli adulti: la costante però è che si legge in trasparenza il cristianesimo e i suoi valori – e del resto non sarebbe potuto essere altrimenti, dato che l’autore è un sacerdote. Lo stile è a tratti esageratamente mieloso, davvero troppo per un lettore disincantato. In un mondo dove non ci sono chiaroscuri e i cattivi sono sempre cattivi mentre i buoni sono eroi del tutto positivi, non c’è spazio per il realismo e l’intento iniziale di critica sociale viene a scontrarsi con il muro di gomma di un perbenismo condito con troppa melassa. In sintesi l’ultima fatica di don Giorgio Comini, quindi, è ideale per essere letto come favola della buonanotte ai bambini ma non per gli adulti che, forse colpevoli di troppo cinismo (ma forse no), lo troveranno quasi sicuramente stucchevole.