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La casa del carrubo

La casa del carrubo

Catania, aprile 1943. Vittorio Floridia ode un suono cupo e insistente e smette di scrivere. Poi alza le spalle e ricomincia a lavorare. Ormai ha fatto l’abitudine a quel sibilo che arriva improvviso a qualunque ora del giorno o della notte. Nel corso dell’ultimo mese l’allarme è risuonato almeno una trentina di volte e l’unico bersaglio, fino ad ora, è sempre stato il lontano aeroporto di Fontanarossa. Questa volta, tuttavia, la calma che segue l’allarme è solo apparente. Ben presto, infatti, un boato assordante costringe il professor Floridia a sgranare gli occhi e a far correre il pensiero alla moglie e ai figli che, per fortuna, in quel momento sono in casa. L’uomo scatta in piedi, si sistema il panciotto, si liscia i baffi e muove i primi passi verso il salotto, chiamando a gran voce la moglie Agata. La trova in piedi, appoggiata alla parete. Accanto a lei Elena - un libro di fiabe tra le mani e la gallina Lucietta al seguito -, Luca - scalpitante perché vorrebbe andare insieme al padre in soccorso dei vicini, gli anziani signori Lo Cascio - e Michele, il piccolo di casa, che vorrebbe raggiungere il cane Amore che, imprigionato sotto un cumulo di blocchi di calce, guaisce sempre più debolmente. Nel ricovero temporaneo in cui tutti trovano riparo durante la notte, le pareti tremano e ricordano la precarietà dell’esistenza, mentre l’aria puzza di sudore e di urina. Quando arriva il nuovo giorno, Vittorio comunica alla famiglia la sua decisione: le strade non sono più sicure e gli ultimi bombardamenti hanno raso al suolo la loro casa. Quindi, la famiglia si sposterà ad Acate, da don Luigi, il fratello maggiore del suo amico Ninì. L’uomo ha una grande proprietà in campagna, la casa del carrubo, ed ha da tempo offerto ospitalità a Vittorio. È davvero arrivato il momento di accettare la proposta e di trasferirsi...

Un racconto intenso ed evocativo, in cui la Storia si mescola alle vicende della gente comune, persone che, attraverso la guerra, la fame e le privazioni, imparano a conoscere i sentimenti e il coraggio dei singoli, a riconoscersi e a cambiare, con un solo gesto all’apparenza privo di significato, il corso del destino. Barbara Bellomo - una laurea in Lettere, un dottorato di ricerca in Storia antica e diversi anni di lavoro presso la cattedra di Storia romana dell'Università di Catania; attualmente insegnante in una scuola superiore, ha all’attivo diverse pubblicazioni – sceglie di partire dalle tragiche vicende storiche che dal gennaio al settembre 1943 hanno stravolto e cambiato per sempre il destino di migliaia di siciliani, per raccontare una storia di amore, amicizia e lealtà che vede come protagonisti i membri di due famiglie che intrecciano le loro vite all’ombra del grande carrubo che domina la casa di campagna nella quale i vari personaggi si rifugiano per scampare ai bombardamenti. Catania è stata bombardata e il professor Vittorio Floridia decide di mettere in salvo la moglie e i figli, affidandoli alla protezione di un vecchio amico. Due famiglie si trovano quindi a condividere, all’ombra del maestoso albero che da sempre protegge la casa accanto a cui si erge, un quotidiano fatto di paura, restrizioni, violenze e segreti inconfessabili. Mentre si consumano gesti carichi di dolore e di speranza- dolore per le devastanti perdite subite e speranza in una rapida risoluzione del conflitto, che ha seminato morte e distruzione nel cuore di chiunque-i grandi della Storia progettano uno sbarco sull’isola per cercare di minare dalle fondamenta l’Europa nazista. In una Sicilia che diventa quindi teatro di sofferenza e morte, Agata, Luca, don Luigi, Nunzia e gli altri personaggi protagonisti di un racconto corale davvero ben costruito, si muovono tra delusioni e speranza, rassegnazione e amore, noia e desiderio di cambiare il mondo. Un racconto malinconico e poetico sullo sfondo di una terra maltrattata e violentata che riesce tuttavia, con fierezza, a resistere ai colpi della Storia e sa ancora mostrare, al di là delle macerie della guerra, tutto il suo fascino, dovuto in larga parte al coraggio degli uomini comuni.