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La casa del tè

La casa del tè

Gabriel arriva a Casa Retrouvailles per visitare la nonna Berta, morente. Lei è in ospedale e non è che il luogo sia così gradito al nipote, perché evoca ricordi lontani. Ma Berta lo manda a chiamare e la signora Schmidt, presso la quale alloggia temporaneamente, lo accompagna. Un medico dal camice verde lo prende in consegna tirandolo via da una asfissiante sala d’aspetto. Gli dice che deve essere forte, lo accompagna dalla nonna. Gabriel si accorge che Berta è pallida e smagrita, non parla più, si muove a fatica e a fatica con l’indice della mano destra si tocca il polso del braccio sinistro, perché vuole sapere l’ora. È l’una, l’ora di pranzo e Gabriel chiede alla nonna se ha fame, ma lei gli sta già facendo ciao con la mano. Forse è stanca. Un’infermiera entra nella camera e le dice che è troppo agitata, tanto che il suo cuore sta facendo i capricci. Le inietta qualcosa nella flebo per calmarla. Gabriel viene accompagnato fuori dal medico. All’una e dieci Berta è già morta. Tre giorni dopo, il funerale. E immediatamente dopo la cerimonia Gabriel, prelevato da due assistenti sociali, viene accompagnato a Casa Retrouvailles, in via della Madonna dei Monti a Roma, dove viene accolto dalla signora Michiko. Gabriel continua con le sue elucubrazioni sulle parole. Sono la sua passione e in tutte le lingue sceglie sempre quelle più appropriate. Per esempio non usa “ciao” per salutare, perché sa che deriva da un saluto veneto formale “sciao vostro” ovvero “sono il vostro schiavo” e lui non è proprio schiavo di nessuno! Meglio un “salve”, dal latino “salvere”, ovvero “essere in buona salute”. La signora Michiko da buona giapponese, gli offre del sakè, ma Gabriel rifiuta, anche se le caratteristiche della bevanda sono un buon inizio di conversazione. Di certo quel benvenuto ha subito un sapore piacevole. La terza porta a sinistra dopo la biblioteca è quella della sua stanza, ma prima di andare deve rinunciare a qualcosa: è una specie di legge della casa, perché non può portare con sé proprio tutto...

La passione per le parole di Gabriel è affascinante, perché ce n’è sempre una e solo una che rende perfettamente l’idea che ha in testa e il bello è proprio in questo raccontarne le motivazioni. Per il resto il romanzo di Principessa ha dei ritmi contrastanti: la compagnia dei ragazzi che fanno parte di Casa Retrouvailles è di certo strana, ma di base si vogliono tutti bene e sono solidali, si aiutano e si sorreggono vicendevolmente. Sembra quasi però che non vogliano darlo a vedere, tant’è che poi si evitano, si respingono, si ignorano. Fanno di necessità virtù quando si trovano costretti dagli eventi, ma nonostante tutto restano ancora distanti. Purtroppo soltanto alla fine si conoscono le loro storie difficili, tutte, una dietro l’altra, soltanto alla fine si chiarisce il perché di alcuni comportamenti, ma certo sono storie che avrebbero meritato qualche riga in più, che potevano essere dipanate lungo tutto il romanzo, non relegate alla fine, quando ormai si è all’interno di questo meccanismo di alti e bassi, di apparizioni e sparizioni, di apparente indifferenza e di costante appoggio l’uno sull’altro. E si rimane così sospesi, senza avere una reale spiegazione di cosa succeda nelle teste di ciascuno, finché per casi fortuiti non inizia “a fare giorno” nella storia. Ma forse ormai è tardi, si è già arrivati all’ultima pagina e resta un po’ il senso di disagio per non aver compreso quello che improvvisamente è svelato. Ripensando a tutta la storia, si prova una gran pena per le storie difficili raccontate e perché i bambini e gli adolescenti non dovrebbero mai vivere tragedie del genere.