Lisbona, 1962. Mentre in Angola infuria la guerra per l’indipendenza dal Portogallo, Joyce Lussu, a Lisbona, entra nel palazzo della PIDE, la polizia politica del regime salazarista, e chiede di essere ricevuta da un alto ufficiale. Vuole acquisire i diritti di pubblicazione delle opere di un detenuto politico rinchiuso nel carcere di Aljube, medico e poeta. Joyce è spinta dall’eco di un appello internazionale apparso su testate importanti, come “Times” e “The Observer”, firmato da intellettuali come Doris Lessing e Cecil Day-Lewis. La notizia della prigionia del detenuto le è arrivata tramite un articolo di giornale. Colpita dal caso, Lussu vuole agire per dare voce alla poesia del medico costretto dietro le sbarre, pubblicandola in Italia con Mondadori. Per raggiungere il suo scopo, si convince che il modo migliore sia recarsi personalmente a Lisbona. Chiede allora aiuto all’ambasciatore italiano Remigio Grillo e al senatore Emilio Lussu, suo marito, senza tuttavia ottenere granché. Con tenacia e astuzia, riesce a fissare un colloquio con il colonnello Oliveira Matos, al quale, sotto la sorpresa di tutti, comunica il nome del detenuto: Agostinho Neto. Neto nasce nel 1922 a Kaxicane, in Angola, da una famiglia metodista. È uno dei pochi angolani ammessi all’università in Portogallo grazie al suo status di assimilado. Studia medicina a Coimbra, collabora con giornali e riviste, partecipa a movimenti intellettuali e politici, diventando ben presto un riferimento nella lotta per l’indipendenza. È arrestato più volte tra il 1952 e il 1961. Nel carcere di Aljube, Neto continua a scrivere poesie, che riesce a far uscire segretamente. La sua scrittura è potente, simbolo di resistenza e libertà. La moglie, Maria Eugénia, lo sostiene con forza, mantenendo viva la sua memoria anche dopo la sua incarcerazione. Joyce riesce a far firmare il contratto editoriale attraverso il colonnello Matos per poter così pubblicare i versi di Neto in Italia. Inizia poi a comunicare con la moglie di Neto e a rafforzare i legami tra la resistenza angolana e l’antifascismo europeo. Nel frattempo, Neto diventa il simbolo dell’unità africana e, dopo la sua liberazione, è chiamato a guidare il Movimento Popular de Libertação de Angola (MPLA). Vive in esilio tra Kinshasa, Rabat, Algeri, dove guida la lotta diplomatica e culturale del popolo angolano. Nel 1963 viene pubblicata in Italia una raccolta delle sue poesie con la prefazione di Joyce Lussu. Lei continua a sostenere la causa anche attraverso conferenze e incontri pubblici. Nel 1974 la rivoluzione dei garofani in Portogallo abbatte il regime di Salazar e viene annunciata la fine della dittatura…

«A Chiulo, vedrai, a Chiulo non c’è niente». «Niente in che senso?» «Niente, ha detto. Ma fai attenzione perché potresti comunque trovare tutto». Con questo scambio enigmatico si apre La casa dell’attesa, il nuovo libro di Fabio Geda, che ancora una volta abbandona la finzione romanzesca per immergersi nella realtà concreta e urgente del mondo. Geda torna infatti al reportage narrativo per raccontare l’Africa, e lo fa con una scrittura coinvolgente, consapevole, mai retorica. Al centro del racconto c’è Chiulo, un minuscolo villaggio nel sud dell’Angola, poco più che un puntino su una mappa, eppure luogo denso di significato. È lì, accanto a un ospedale rurale sostenuto da Medici con l’Africa Cuamm, che sorge la casa dell’attesa, una struttura semplice, eppure essenziale, dove le donne della provincia si trasferiscono nell’ultimo mese di gravidanza per essere vicine a un presidio sanitario. In questa casa si aspetta, sì, ma si spera anche. E questo doppio registro, attesa e speranza, diventa la chiave di lettura di tutto il libro. Geda segue il lavoro dei medici italiani in Angola, raccoglie le storie delle donne che incontra, cammina con loro lungo le strade della savana o fra le bancarelle affollate della capitale sovrappopolata, dove milioni di giovani vendono qualsiasi cosa pur di sopravvivere. Ogni incontro si trasforma in una riflessione sul senso della cura, della dignità, della solidarietà. Eppure il testo di Geda è molto più di un semplice reportage sanitario. È anche un viaggio letterario e politico. Tra le pagine, l’autore rende omaggio alla figura di Agostinho Neto, poeta, medico e leader della lotta per l’indipendenza dell’Angola. Le sue parole, ricche di dolore e bellezza, diventano un ponte tra il passato coloniale del paese e il presente ancora segnato da ferite aperte, come la guerra civile che ha lacerato l’Angola per quasi trent’anni. Con una scrittura empatica e profonda Geda non si limita a osservare, ma si mette in gioco: ascolta, interroga, si lascia interrogare. Affianca i medici del Cuamm non da spettatore ma da partecipe. La narrazione scorre con ritmo cinematografico, alternando momenti di intimità a squarci potenti sulla storia, sulla geografia umana e sociale dell’Africa subsahariana. Il grande merito del libro sta nel riuscire a universalizzare il concetto di attesa. Non è solo quella delle donne in gravidanza, ma quella di una generazione senza lavoro, di un popolo senza pace, di un continente spesso ignorato o strumentalizzato. È anche la nostra attesa, quella di un’umanità intera che, pur tra mille difficoltà, continua a credere che un futuro migliore sia possibile.