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La casa di Bernarda Alba

La casa di Bernarda Alba

È estate. Il caldo è insopportabile e un forte rintocco di campane spezza l’immobile silenzio. In una stanza bianchissima all’interno della casa di Bernarda Alba si trovano due donne: una serva e la Ponzia. Quest’ultima sta proprio spiegando a cosa è dovuto tutto quel baccano. Si sta celebrando il funerale del marito di Bernarda Alba. Sono accorsi parroci da tutti i paesi e la chiesa è stata addobbata in modo impeccabile. Maddalena, una delle figlie di Bernarda, non ha retto al dolore e, al primo responsorio, è caduta a causa di un mancamento. Povera ragazza, è quella che si sentirà più sola, dal momento che era l’unica a volere davvero bene al padre. La Ponzia si lamenta per la fame e inizia a mangiare pane e salsiccia. Sa benissimo che, se la vedesse, la sua padrona si arrabbierebbe non poco. Quella vecchia tiranna prepotente! Ora che è in lutto, si aspetta che tutti rispettino il digiuno fino a morire di fame come vuole fare lei. Tra un boccone e l’altro ricorda alla serva di pulire tutto per bene. Bernarda sarebbe capace di batterla per bene se non dovesse trovare tutto lucido come uno specchio. È convinta che quella maledetta potrebbe vederle morire entrambe senza farsi scomparire quel sorriso gelido che ha sempre stampato sul volto. Crede di essere la migliore in tutto: la più garbata, la più onesta, la più in alto. Il suo povero marito ha finalmente trovato riposo dopo tanti anni trascorsi accanto a quella vecchia arpia. Piano piano sull’uscio di casa iniziano a comparire a due a due alcune donne in lutto, con i fazzolettoni, le gonne e i ventagli neri. La serva, comprendendo che il momento dei pettegolezzi privati è terminato, inizia a inscenare una perfetta litania da prefica in onore di Antonio Maria Benavides, il defunto padrone di casa. Le sue grida si accompagnano ai gesti con cui fa per strapparsi i capelli. Fino a quando entra in casa Bernarda Alba con le sue cinque figlie...

Federico García Lorca tenne sempre celata la sua data di nascita, che in ogni caso si fa risalire all’incirca al 1898. Fa parte della “Generazione del ‘27”, un gruppo di autori e letterati spagnoli il cui nome deriva dall’anno, il 1927 appunto, in cui si riunirono a Siviglia per commemorare i trecento anni dalla morte del poeta conterraneo Luis de Góngora. Lorca morì a Viznar, nemmeno quarantenne, nel 1936, quando venne prelevato dalla casa granadina di un amico da cui si era rifugiato e fucilato per mano della fazione franchista. Senza alcun rispetto per il ruolo che aveva rappresentato nella letteratura spagnola contemporanea, il suo corpo venne gettato negli oliveti andalusi e risulta a tutt’oggi disperso. La casa di Bernarda Alba, composto nel 1936, fa parte di quella “Trilogia tragica”, produzione teatrale di stampo neoclassico, insieme ad altre due tragedie: Nozze di sangue del 1933 e Yerma del 1934. L’idea di Lorca, infatti, era quella di rifarsi alla consuetudine degli autori greci di rappresentare le tragedie in cicli di tre opere. Con questo dramma, Lorca porta di nuovo sulle scene teatrali la realtà andalusa in tutta la sua crudezza e onestà, fatta di codici prestabiliti e rispettabilità da mantenere a tutti i costi. Il personaggio di Bernarda Alba rappresenta la durezza e l’impenetrabilità degli affetti. È una donna che si impegna con tutte le sue forze affinché tutto aderisca perfettamente alla norma generale. È incapace di provare alcun sentimento di amore o affezione genitoriale. In lei, così come nell’intera tragedia, non c’è traccia di indulgenza e, anche nel momento di massima necessità, la donna si trincera dietro alla maschera dell’apparenza e del silenzio che impone alle sue figlie. La sua vita, però, è una mera finzione, quasi un elemento metateatrale: la realtà viene infatti rappresentata alla perfezione dalle chiacchiere delle sue domestiche e dagli atteggiamenti delle sue figlie che, lontane dai suoi occhi, si lasciano andare a comportamenti liberi, dando sfogo a frustrazioni e rancori reciproci nati dal dolore di un’esistenza prossima alla clausura. Quello stesso dolore che, nell’atto finale di estrema tragicità del dramma, tentano di sfogare ma che Bernarda Alba, annientata ma pur sempre austera e controllata, placa dando spazio solo a ciò che davvero conta per lei: “La figlia minore di Bernarda Alba è morta vergine”. Ancora e sempre l’apparenza, dunque.