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La casa di mio padre

La casa di mio padre

Roma, dicembre 1943. Piove molto forte e la Daimler nera con la targa diplomatica procede immersa in una specie di nuvola di fumo. Anche all’interno dell’abitacolo c’è fumo, quello della sigaretta di Delia Kiernan – quarant’anni e moglie di un diplomatico – a cui il dottore ha consigliato più volte di smettere di fumare, ma inutilmente. A Delia pulsano le tempie mentre, svoltando in modo brusco, urta e rovescia un bidone dell’immondizia. Nel sedile dietro dell’auto, intanto, una voce mugola di fare in fretta. L’uomo cui la voce appartiene si sta strappando le svastiche dalle spalline. In fondo alla piazza si stagliano i contorni di una chiesa. Una campana batte undici rintocchi, da sotto il portale si stacca correndo un uomo completamente vestito di nero, con il soprabito zuppo di pioggia incollato al corpo. Si sistema sul sedile del passeggero e l’auto riprende la sua marcia. Quando passa davanti al carcere di Regina Coeli, la grandine picchia sul parabrezza. Delia accende un’altra sigaretta mentre l’uomo vestito di nero ha gli occhi chiusi, ma non è detto stia pregando. L’auto percorre un vialetto di ghiaia e arriva davanti alla porta dell’ospedale. Delia scende e suona più volte il campanello, ma la porta resta chiusa. È un infermiere, poco più che ventenne, a spuntare da un ingresso laterale, che Delia non ha notato. Inizialmente si rifiuta di prestare soccorso all’uomo – nazista figlio di puttana, lo definisce – che, secondo Delia e il medico che l’ha visitato poco prima, potrebbe avere una peritonite o una appendice perforata. Allora la figura vestita di nere esce dall’auto e si presenta: è il reverendo O’Flaherty e spiega che l’uniforme tedesca dell’uomo che ha bisogno di cure altro non è che un travestimento: si tratta di un militare britannico, evaso da un campo di prigionia, che si trovava in missione di sorveglianza, ma si è sentito male e va aiutato. Mentre l’infermiere si scusa, l’inglese scende dall’auto, rigurgita sangue e si avvicina all’ingresso dell’ospedale afferrandosi all’addome…

Ispirandosi a una storia vera, Joseph O’Connor – scrittore irlandese i cui romanzi sono stati tradotti in oltre quaranta lingue – racconta l’impresa coraggiosa e straordinaria di un monsignore irlandese, Hugh O’Flaherty, che durante il periodo del secondo conflitto mondiale vive e lavora in Vaticano e, approfittando appunto della sua posizione di prestigio, riesce a dare un aiuto consistente agli ebrei, ai soldati in difficoltà, a chiunque ne necessiti. Utilizzando un edificio abbandonato in Vaticano ed eleggendolo luogo di incontro di un fantomatico coro musicale che, in realtà, non imbastisce solo note e versi, ma veri e propri progetti di salvataggio, O’Flaherty mostra con i fatti più che con le parole in che modo la solidarietà e il coraggio possano essere validi alleati. Il rischio è grosso, la paura non manca, ma il reverendo, aiutato da un agguerrito e composito gruppo di persone, non si tira indietro e cerca di opporsi come può alle angherie e ai soprusi di chi governa con ferocia un Paese ormai in ginocchio. Le prove del coro diventano occasioni in cui mettere a punto missioni di salvataggio, che vanno organizzate e pianificate in maniera capillare, per evitare il rischio di essere scoperti. O’Connor è abilissimo nel mostrare la battaglia quotidiana che alberga nell’anima del reverendo, che in ogni momento è costretto a scegliere tra l’obbedienza ai riti monastici o alla propria coscienza, che lo incita a mettersi in gioco, a rischiare la propria pelle e a offrirsi agli altri, dimostrando così il vero significato delle parole astratte fratellanza, amore e sacrificio. Un racconto carico di tensione e di emozione; una lettura che non perde mai di intensità; un altro modo per raccontare gli orrori e le prevaricazioni di una guerra che non si può e non si deve dimenticare.