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La casa gialla

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Seoul, Corea, 2020. Mae Son-Jun, trentatré anni, bellissimo scrittore di libri gialli, ha deciso: contrariamente alle istanze del proprio padre, lascia il Paese dove è cresciuto per cercare di ritrovare la propria madre che lo ha abbandonato quando lui aveva solo quattro anni. Di lei sa solo poche cose: che è - o era - francese. Di lei l’uomo ha soltanto una foto che la ritrae di fronte a una chiesa di Parigi. È dalla capitale francese che Jean, come Mae Son-Jun ama farsi chiamare, inizia le proprie indagini. In realtà non sa da che parte iniziare. Ma fortuna vuole che non passi un giorno dal suo arrivo nella Ville Lumière che l’uomo conosca per caso Chantal, una ragazza francese che parla coreano e che decide di assisterlo nella propria ricerca. Grazie all’intuizione della nuova amica, i due scoprono che le tracce della donna scomparsa conducono in Toscana, a Monticchiello. Jean decide allora di partire subito per quella frazione di Pienza, in provincia di Siena, per proseguire le indagini. Chantal lo raggiungerà a breve. Giunto sul luogo, l’uomo prende alloggio in un Bed & Breakfast dove conosce Angelica, la figlia del proprietario della struttura, con la quale si instaura un complicato intreccio di sensazioni, pulsioni, emozioni… cosa accadrà quando arriverà Chantal?

Dov’è il sedicente “giallo”? Il libro pesa esattamente 423 grammi dei quali 382 dedicati all’infelice sviluppo di un romanzo rosa. Per il resto, la parte “giallistica” rivendicata dall’autrice in prefazione regge tanto quanto un castello di carte, non da gioco, ma di carta da fazzolettini per soffiarsi il naso. È molto semplice: quando un “giallo” si affida alle coincidenze pretestuose, non funziona. Non c’è ragionamento, non c’è materia umana, non c’è esperienza, non c’è carne. Il protagonista non fa a tempo ad arrivare a Parigi – Parigi, non Pietracupa (CB) -, che, nel primo bistrot nel quale entra, sente parlare del fotografo che aveva scattato la foto della propria madre. Neanche il tempo di incamminarsi per andare a cercare l’autore dello scatto che, toh!, lungo la strada passa una bellissima ragazza in macchina che abbassa il finestrino e gli dice, parlando perfettamente coreano pur essendo francese: “Sei coreano? Se mi inviti a cena ti porto io dove devi andare”. Cose che capitano tre o quattro volte al giorno, a tutti. Soprattutto ai coreani e a quelli di Pietracupa (CB) quando vanno all’estero. No? La nuova coppia giunge subito a un elemento concreto: raggiunto il fotografo, arrivano all’ex parroco della chiesa oggetto dello scatto. Costui possiede nientemeno che il diario della madre di Jean e lui che fa? Non lo legge (ma che te frega, in fondo hai solo cambiato continente per questo). Però prende per oro colato l’ultimo indirizzo conosciuto della donna che il prete ha conservato su un foglio spiegazzato, chissà perché. È l’indirizzo di una pensione dove la mamma di Jean aveva alloggiato e la cui direttrice ha conservato – chissà perché, anche qui - una cartolina postale inviatale dalla donna a suo tempo. Jean e Chantal rimirano la cartolina cercando un indizio… Ma sì!!! È Chantal a capire tutto. Dalla cartolina che ritrae una strada della Val d’Orcia riconosce un posto dove è stata da piccola in vacanza: è Monticchiello! Peccato che l’autrice si sia dimenticata che, senza ricorrere a tanto sforzo mnemonico della sua fatina e all’ennesima coincidenza, bastava ricordare che le cartoline postali di un tempo era sufficiente girarle: c’era stampigliato sul retro il nome del luogo immortalato. Tipo: Roma, il Colosseo. Tipo: Pietracupa, il Corso. Roba da far cadere le braccia. Troppe sarebbero le cose da dire: ci sono due morti sospette in un Bed & Breakfast nel giro di tre giorni? E che problema c’è? Basta chiamare l’ambulanza e si caricano l’ennesimo cadavere. Il rapporto? Lo fanno i paramedici. Se poi si ha il sospetto che un conoscente non sia morto di morte naturale, perché scomodare la Procura? Basta farsi dare il nome del medico curante del defunto che senz’altro vi darà tutte le informazioni, anzi, chiederà un supplemento di autopsia. Magari sul foglietto bianco e rosso: “Si richiede supplemento di autopsia”, su vostra richiesta. Come si richiede il valore del colesterolo. Se poi le due morti sospette avvengono nel medesimo Bed & Breakfast – esercizio pubblico - il cui titolare è in viaggio, è lecito chiedersi da parte del personale: ma che facciamo, lo avvertiamo? Ma no, ma figuriamoci… Glielo diciamo quando torna. Fortuna che però interviene il magnifico Sherlock Holmes in chiave franco-coreana il quale, facendo saltare tutti dalla sedia, finalmente afferma: “I due omicidi potrebbero essere collegati”. Peccato che il colpo di scena previsto per le ultime pagine era già stato inconsapevolmente spifferato dall’autrice prima della prima metà del libro. Con la discrezione di un trombone a coulisse. Inosservato come la marcia trionfale dell’Aida. Il resto è un romanzo rosa fatto di prendimi-dammiti, sì-no, ritrosie, desideri, gelosie, rivalità, rossori di gote e pudori rispetto ai quali Via col vento diventa un romanzo decisamente hardcore la cui trasposizione filmica è decisamente un gonzo movie. Preparatevi anche ad altri colpi di scena sui quali si parodiava già nei primi anni Novanta, mutuati dalle soap opera alla ventesima stagione: quella che credevi tua suocera, non è tua suocera, è tuo padre!!! Tuo fratello non è morto, ha fatto la chirurgia plastica e ha preso le sembianze del portinaio!!! Nella stesura l’autrice è stata affiancata dalle “Anguille”, ovverosia dalle componenti del fan club dell’efebico attore Jang Keun Suk, le cui sembianze dovrebbero incarnare il personaggio di Jean in una fiction che l’autrice vorrebbe veder realizzata. Ingenuamente adolescenziale. Un ultimo dato: l’ultimo capitolo. Poco più di quindici pagine a corollario delle trecentoquindici precedenti. Quindici pagine occupate dalla descrizione di abiti, scarpe, accessori, lunghezza dei tacchi, trucco, acconciature. Un finale strappalacrime: però sono le lacrime di un maratoneta sfinito dopo aver passato il traguardo interminabile di un percorso mal concepito su un terreno estenuante.