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La casa turca

La casa turca

Non appena Aseda esce attraverso le porte scorrevoli dell’aeroporto di Istanbul, il primo istinto sarebbe quello di chinarsi e baciare quella terra. Un istinto al quale non dà seguito, essendo solo una colata di cemento e asfalto; tuttavia, se ci fosse stata anche solo una lingua di quella terra battuta sulla quale sorge la sua città di origine, si sarebbe chinata seduta stante mormorando parole di ringraziamento e di amore. È tornata in Turchia per ritirare un premio letterario. Un viaggio che l’ha riportata indietro alla sua infanzia, quando compiva quello stesso itinerario stringendo la mano a suo fratello “di qualche anno più grande, più turco, un piccolo cuor di leone”. All’epoca, il caldo abbraccio della città si moltiplicava poiché c’erano i parenti ad aspettarli, dopo mesi di lontananza e nostalgia; un ritorno che veniva sempre anticipato dalla Mercedes bordeaux che li attendeva agli arrivi, mandata dai nonni per prenderli. Un calore che invece adesso non c’è. E non solo perché è maggio e c’è la neve. Viaggia ormai da sola e quell’abbraccio di certo non viene espanso da quell’auto anonima che hanno mandato per prenderla, mentre dal finestrino fa la conta mentale di come la sua città sia cambiata durante la sua assenza…

Açelya Yönaç, classe 1976, esordisce con questo romanzo poetico ed evocativo nel quale tratteggia il suo rapporto con la sua terra natia, la Turchia. Notevoli le somiglianze con la protagonista, Aseda, che dopo 25 anni di distanza torna ad Istanbul per ricevere un premio letterario. Un’ occasione che porterà la protagonista – e anche l’autrice – a confrontarsi sul significato di essere “sospesa tra Occidente e Oriente”, al profondo significato di possedere due passaporti, elemento tangibile di una duplicità difficile da sanare. La scrittura, evocativa e frammentaria, dà l'impressione di sfogliare un album di fotografie, nel quale passato e presente si sovrappongono restituendo un intenso filo autobiografico. Uno stile che ricorda molto quello dello scrittore palestinese Mahmoud Darwish: sebbene per motivazioni diverse rispetto a quelle tratteggiate dalla Yönaç, la giovinezza e le impressioni del giovane Darwish si intrecciano con le riflessioni dell’uomo adulto, di colui che è tornato ma senza esserlo davvero. Una scrittura altamente evocativa, dunque, che restituisce lucidamente cosa significhi appartenere contemporaneamente (e dunque, non appartenere mai del tutto) a due luoghi (geografici e figurati) così diversi. “Mi chiedono perché sono stata via tanto tempo, nessuno perché sono tornata”.