Salta al contenuto principale

La casta dei meta-baroni - L’integrale

La casta dei meta-baroni - L’integrale

Se il tuo padrone è il guerriero più potente delle galassie conosciute, impegnato a vendersi al miglior offerente per sventare sordidi complotti e sterminare improbabili nemici, la tua vita di robot maggiordomo può essere un’attesa senza fine nelle stanze del poderoso meta-bunker, a cucinare colazioni, pranzi e cene che Senza Nome, ultimo dei meta-baroni, non consumerà mai, chissà poi in che impresa si è andato a cacciare. Tonto e Lothar non fanno che attenderne il ritorno, fedelissimi e ligi al dovere. Se lo si vuole sentir scorrere, però, il tempo va farcito di parole, magari quelle dell’avvincente storia della dinastia dei meta-baroni Castaka... Tutto inizia sul pianeta Marmola, quando uno sfortunato incidente capitato a Othon il trisavolo rivela il prezioso segreto dell’epifite, magico olio con il potere di annullare la gravità. Da quel momento, invasioni imperiali e mutilazioni genitali, perfide monache-puttane telepati, un figlio volante e una principessa vampirizzata; la ricerca dell’amore di uno spietato bambino senza testa, gli occhi perduti di una donna fiera e l’ambiguità di una baronessa dal cervello maschile, la cavalcata di una tarantulupa, la vittoria su cetacei galattici e il passaggio di trans-ludens fluttuanti; mondi di pietra, alberi canterini, sanguisughe colonizzatrici e scimmie galleggianti, all’ombra dell’onore di una famiglia, alternamente perduto e ritrovato...

Già dalla sua prima apparizione nella saga de L’Incal, il meta-barone senza nome non la contava giusta: l’austerità e la disciplina erano il segno incontrovertibile dell’appartenenza a una razza di uomini forgiata nella sofferenza. Alla luce di tale ispirazione, Alejandro Jodoroswky – singolare scrittore cileno appassionato di fantascienza, esoterismo e tarocchi – dedicò al personaggio e al suo albero genealogico ben otto episodi, ognuno dei quali incentrato su uno degli avi o dedicato a una delle altrettanto leggendarie donne con cui condivisero il fardello del potere. Il velo sulla casta viene squarciato con la stessa rapacità con cui le atmosfere scanzonate (almeno inizialmente) dell’avventura di John Difool, portatore dell’Incal luce, sono allontanate: La casta dei meta-baroni è un racconto dolente e lacerante, shakespeariano nel mettere in scena i conflitti nei rapporti familiari di una nobiltà atipica, profondamente tragico e tragicamente eccessivo, accostabile per intensità drammatica ai classici del teatro greco, di cui riprende suggestioni e atmosfere. Addestrati in tenera età alla freddezza, mutilati per testarne la resistenza al dolore, privati dell’amore famigliare più tenero e svezzati a forza di prove d’onore e colpi d’arma bianca, i meta-baroni crescono come samurai in un futuro crudele in cui il metro delle cose è la cupidigia. Le grandi meraviglie del creato passano loro affianco senza destarne lo stupore, a meno che non possano aiutarli a portare a casa lo scalpo dell’avversario e la ricompensa vagheggiata. È l’attitudine al dolore, congenita, la responsabile dell’ottica utilitaristica con cui scrutano il mondo, condannati a sfiorare significati e sentimenti senza afferrarli mai. Eppure l’epopea è completamente in balìa di emozioni forti e avvenimenti estremi: il destino dei meta-baroni è l’inversa proporzionalità tra ambizione e felicità, impossibile divenire imbattibili se si corre il rischio di dirsi appagati. Ma le maree dell’esistenza, si sa, sono più tenaci di qualsiasi ostinazione: alla fine della storia tutte le rinunce e le conquiste si rivelano scaturite dal bisogno di sentire, di assaporare, di osservare fino all’implosione dei sensi. Uno dei tanti paradossi tematici e strutturali a cui Jodo ha abituato i suoi lettori: a un racconto corale corrisponde una narrazione individuale, così come una rocambolesca saga famigliare viene costruita sulla ricerca di legami che vanno al di là della mera genetica. Ne La casta dei meta-baroni si possono ritracciare tutte le ossessioni e le fascinazioni tipiche di Jodoroswky: la contaminazione tra l’uomo e la macchina, le mutilazioni del corpo e dell’anima, l’ambiguità sessuale, ma anche la bellezza esuberante della natura e la tensione verso il sublime e il cosmico, sempre dominanti l’uomo ma da esso continuamente generati: la sua fantascienza, infatti, è allo stesso tempo magniloquente e attenta ai macrocambiamenti come quella di Asimov e inesorabilmente a misura d’uomo, nel solco tracciato da Dick. Emblematica, in questo senso, la scelta di intitolare ogni capitolo a uno specifico personaggio, riuscendo nella difficile impresa di portare avanti la storia concentrandosi su una vita alla volta. In tal modo, come accade anche nell’intenso romanzo Quando Teresa si arrabbiò con Dio, la vicenda è zeppa e zuppa di personaggi, ma a ognuno è riservato il proprio spazio-tempo in cui dar vita a temi e spunti utili al character successivo. La descrizione minuziosa degli anelli per dar vita a una solidissima catena. Pur prepotentemente influenzata dal genere di riferimento e dalle relative ambientazioni, la saga strizza l’occhio (neanche troppo di nascosto) alla tradizione della letteratura latinoamericana, quella che ha conquistato il Nobel grazie ai Cent’anni di solitudine di Marquez e può vantarsi del più concreto La casa degli spiriti o del proteiforme I passi perduti, solo per menzionare i primi titoli. Anche tra le rovine di universi minacciati dall’esplosione di una nana bianca o nelle viscere di un mostruoso vascello organico è evidente come tutti gli elementi sono abilmente tessuti con la stessa trama: è il caro vecchio realismo magico con indosso lo scafandro da astronauta che, coraggioso, tende la mano alla fantascienza. Molta della bellezza dell’opera è merito delle splendide illustrazioni di Juan Gimenez: l’iniziale volontà di uniformarsi allo stile del Mœbius de L’Incal viene presto soppiantata da una straripante personalità pittorica, particolarmente adatta ai toni cupi delle avventure. A differenza di quelli di Jean Giraud, i paesaggi e i volti di Gimenez sono meno pop e più fotorealistici, ricchi di sfumature più che di dettagli, perfetti per la rappresentazione dell’immensamente grande e minaccioso, dello spazio profondo e di panorami mozzafiato. Sobrio e piuttosto classico, invece, lo storytelling, al servizio della complessità dell’intreccio e dei disegni. L’inedita e impeccabile versione integrale (oltre agli otto episodi, i brevi Il tatuaggio dei Castaka e La luce dell’Incal) licenziata da Magic press www.magicpressedizioni.it, dal formato leggermente ridotto ma dallo spessore vertiginoso, permettere di (ri)leggere questo capolavoro come si deve, tutto d’un fiato, lasciandosi conquistare e travolgere. Arrivati all’ultima fronda dell’albero dei Castaka offrireste anche voi un arto pur di non vederlo avvizzire. Chissà, forse il vostro sacrificio non sarà necessario.