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La cattiva strada

La cattiva strada

Tutti, proprio tutti - suo padre, sua madre, i suoi insegnanti e pure il parroco - lo guardano e si chiedono dove abbiano sbagliato. Nessuno si capacita di come, da una famiglia di persone così ammodo e apparentemente risolte, sia nato uno come Giosciua, completamente storto. Negli anni i suoi genitori hanno cercato di scuoterlo, incoraggiarlo, motivarlo, ma nulla. Lui si è ormai abituato a essere guardato come una specie di esperimento non riuscito all’interno di una formula perfetta. La famiglia Gambelli ha da tempo un negozio di biancheria per la casa, piuttosto noto nel quartiere Gratosoglio a Milano. Le redini sono in mano al capofamiglia Glauco, mentre la moglie Tina porta avanti un’attività parallela di sartoria e riparazioni. È stata lei a scegliere i nomi dei figli e li ha voluti chiamare come i protagonisti della sua soap opera preferita. Il marito ha accettato la sua richiesta, ma ha preteso che i nomi venissero scritti così come si pronunciano. Ecco, quindi, che, nell’ordine, sono arrivati Cristofer, Maicol e Giosciua. Il maggiore da tempo aiuta in negozio, il secondo ha studiato economia e commercio e si occupa della contabilità dell’impresa di famiglia. All’ultimo, invece, Glauco ha cercato di insegnare il mestiere a suon di scappellotti, ma niente da fare. Ogni tanto, quando Giosciua ne combina una - sottrarre i soldi dalla cassa, per esempio - il padre, che vede in quel figlio null’altro che un parassita, lo caccia di casa e il ragazzo è costretto ad arrangiarsi con qualche lavoretto precario e un ricovero di fortuna. Per un tempo piuttosto lungo, cinque anni, Giosciua è riuscito a conservare un’occupazione presso una ditta che si occupa di disinfestazioni, la Sanijet. Quando l’azienda è fallita e non c’è stata la possibilità di pagargli lo stipendio dovuto, al giovane è stato proposto di tenersi in cambio il furgoncino, un Fiat Doblò 1.6 Cargo, bianco e vecchio modello...

Giosciua Gambelli è un ignavo. A nulla servono i rimproveri del padre, la cui sollecitazione continua a comportarsi da vero uomo non fa che rimbombare nella testa del giovane, pesante come la più terribile delle condanne. Non ha ambizioni Giosciua, non ha mai una curiosità. Ecco perché è la persona giusta al posto giusto quando gli viene affidato un nuovo incarico come corriere: non sa e non gli interessa sapere cosa debba trasportare a bordo del suo Fiat Doblò. Non fa domande, consegna in tempo e non accumula ritardi, non si preoccupa di quale traffico illecito si muova sotto i suoi occhi. Quel che a lui preme è poter passare - durante le sue trasferte da un punto all’altro dello stivale, transitando lungo le principali arterie autostradali italiane - a salutare Irene, che lavora nel bar dell’area di servizio Secchia Ovest e fa il turno di notte, e Tariq, che presta il suo servizio a circa quaranta chilometri dalla giovane, presso l’area di servizio La Pioppa Ovest. Tariq è l’unico amico che Giosciua pensa di avere e sarà a lui che si rivolgerà per chiedere aiuto quando, durante una delle sue consegne notturne, qualcosa andrà storta e si ritroverà a dover prendere una decisione che presuppone un moto di disobbedienza proprio da lui, la persona più inoffensiva e meno coraggiosa che possa esistere. Giosciua si rende conto che il suo ruolo è cambiato e ora è diventato testimone di qualcosa che non avrebbe dovuto notare. E le ore trascorse davanti alla TV a guardare film d’azione gli hanno insegnato che la posizione del testimone è una delle più scomode che possano esistere. L’unica via d’uscita è rappresentata dalla fuga. L’autostrada diventa, da questo punto in poi, un personaggio importantissimo nella narrazione: Paola Barbato - autrice, sceneggiatrice di fumetti e di libri per ragazzi, milanese di nascita, bresciana d’adozione e residente da tempo a Verona - riesce una volta ancora a creare una tensione che tiene il lettore incollato alla pagina, lo fa muovere da un casello all’altro, da una stazione di servizio all’altra, da un colpo di scena all’altro insieme a Giosciua e a Irene, chiamati ad affrontare insieme un destino avverso, per non soccombere al quale è necessario affilare le armi e sfoderare ogni possibile guizzo d’ingegno. Attraverso un impianto narrativo perfettamente architettato, la Barbato scova una volta ancora il marcio e il male nella più banale delle situazioni quotidiane e regala una storia ricca di tensione e inquietudine. Un nuovo centro per un’autrice che si legge sempre con estrema soddisfazione.

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