Padria, ottobre 2022. È il giorno del funerale di suo padre e Iride Dessì è consapevole che la gente del paese la sta evitando. Occhiate furtive, gesti scaramantici li nota anche per strada. Lei e il padre hanno sempre ignorato i pettegolezzi e oggi, anche se lui non è al suo fianco, farà lo stesso. Ferma sul sagrato fissa il portale della chiesa di Santa Giulia, che sembra una soglia verso l’ignoto, con la mano di Tata sulla spalla – tzia Manuella, come la chiama la gente – entra e segue il feretro. Ha lavato e vestito il padre con l’abito di fustagno color nocciola e il panciotto chiaro con la catena dell’orologio a cipolla. Lui con capelli e barba candidi e un sorriso a increspargli le labbra, nonostante la morte. Iride saluta i presenti con un cenno, sebbene i loro occhi sfuggano al suo sguardo, sono tutti riuniti per dare l’ultimo saluto a uno degli uomini più illustri di Padria, Vincenzo Dessì. Iride riconosce tutti, avanza fino al feretro con atteggiamento solenne e siede sulla panca a destra, mentre alle sue spalle ciascuno di loro prende posto; si volta e nota Piero Aliversi, compagno d’infanzia e il cuore di colpo le batte forte. Le parole del sacerdote riportano la sua attenzione sul feretro, la perdita è un vuoto che non si può colmare. In paese, da quando lo ha lasciato per dedicarsi alla propria vita, è tornata solo una volta l’anno e per periodi brevi, questa volta è costretta a trattenersi per gli adempimenti legati al funerale. In realtà lasciare quel luogo non le ha comunque permesso di realizzare i suoi sogni e ora il fallimento pesa. Si sente un’estranea afflitta dal senso di colpa e alla fine della funzione solo pochi si avvicinano per salutarla. Tata le indica l’uscita, seguono la processione fino alla sepoltura. Quando raggiunge l’auto incrocia di nuovo lo sguardo di Piero, che la raggiunge e la saluta. Iride ha l’impressione che tutto si offuschi, lui le stringe la mano e il cuore le batte forte. Le racconta che vive a Nuoro e fa lo psichiatra, parlano un poco, lei è impacciata e di poche parole, infine si salutano. Ora la attende il silenzio di una casa vuota, una dimora in trachite e calcare con gli architravi scolpiti dai picapedras locali, ma ancora è il pensiero di Piero a occuparle la mente, il ricordo dei loro giochi insieme nel giardino di casa e di come la madre del bambino, a quei tempi, cercasse di impedirgli di frequentarla. Come fosse a conoscenza di qualcosa e ne avesse timore...

“Quando le giornate si accorciavano e la terra era pronta per la semina, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliava, permettendo alle anime di tornare nelle loro case”. Traendo spunto dalla tradizione sarda nota come sa chena pro sos mortos (la cena per i morti), Maria Laura Berlinguer costruisce un romanzo che si sviluppa su due linee narrative temporalmente distinte. La prima è dedicata alla dottoressa Iride Dessì ed è ambientata nel 2022, la seconda vede al centro degli eventi la sua antenata, Mimì Oppes, ed è ambientata nel 1899. A unire le due donne è un segreto di famiglia: la presenza di un pozzo sacro in uno dei terreni in possesso dei Dessì e la volontà di mantenere vivo un rituale arcano tramandato di padre in figlio. La Berlinguer ha tratto ispirazione dalle sue origini sarde e dalla figura del suo bisnonno, Vincenzo Dessì (1859-1908), studioso di numismatica, saggista, archeologo, editore, collezionista di reperti, grande appassionato di civiltà nuragica, per dare vita al romanzo. La collezione Dessì è stata donata al Museo nazionale Giovanni Antonio Sanna – intitolato al regio deputato che ne sancì l’origine per decreto nel 1931 – a Sassari. Si tratta di uno dei principali musei isolani, raccoglie manufatti di ambito archeologico, artistico e etnografico. Il misterioso pozzo al centro del romanzo è finzione letteraria, come precisa l’autrice, ma in Sardegna la presenza di queste strutture è ben documentata, il più noto è il tempio a pozzo di Santa Cristina, risalente a tremila anni fa, che si trova nei pressi di Paulilatino, è attraverso il vano scala che si accede alla camera ipogeica a tholos e all’acqua sacra, il cui livello in passato mutava nel corso dell’anno, oggi un canale di scolo artificiale ne mantiene il livello a 50 centimetri per consentire l’accesso sicuro ai visitatori. Gli eventi astronomici connessi al pozzo sono suggestivi, durante gli equinozi il sole illumina il fondo del pozzo fino all’acqua, lo stesso accade con la luna ogni 18,6 anni circa (lunistizio maggiore) e alcuni studiosi ritengono che la struttura sia stata un osservatorio lunare. Insomma, materiale eccellente che, unito alle superstizioni che animano la sa chena pro sos mortos, dà alla storia narrata nel romanzo un’atmosfera magica e gotica. La Berlinguer oggi vive a Roma, la scrittura fa parte dei suoi impegni quotidiani, dal 2017 gestisce un blog divulgativo dedicato all’artigianato e alle eccellenze made in Italy. Ha precedentemente pubblicato il libro La notte è mia sorella.