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La chiave della gioia

La chiave della gioia

Settembre 2019. Roma. Ci proverà a spiegarlo a Monica, e spera davvero di riuscirci. Sono amiche da trentaquattro anni e socie in affari da trenta, ma Monica è rimasta in America, mentre lei, Claire, si trova nella Città Eterna, quella dove pensava di trattenersi solo il tempo necessario per chiudere un affare e che l’ha invece completamente stregata e le ha fatto capire che è proprio lì, a Roma, che lei doveva fermarsi. Claire Murphy gestisce, insieme a Monica, appunto, un’agenzia immobiliare che da sempre si occupa di riconvertire proprietà religiose – conventi, chiese, collegi, seminari – in luoghi di intrattenimento non altrettanto sacri. Ed è approdata a Roma proprio per concludere la vendita di una di queste proprietà: il convento di Santa Gertrude, che si trova su una collina a nord di Trastevere e a sud del Vaticano. Quando è partita nulla era chiaro; tutto le appariva confuso e gli strascichi del dolore legato a ciò che le è accaduto con la figlia erano un macigno sulle sue spalle. Ora invece, tutto le è chiaro. Ecco a cosa sta pensando questa mattina, mentre si trova a sorseggiare un caffè da Paolo. Il barista la saluta, come al solito, chiamandola “signorina”. L’appellativo un po’ la imbarazza: “signorina” a cinquantadue anni non è plausibile, ma “signora” suonava troppo vecchio e “sorella” non era un termine adatto. A Claire, invece, chiamare il barista Paolo suona del tutto naturale. Vorrebbe che Monica lo conoscesse. Prova a parlare di lei al barista, ma la conversazione tra i due, a causa dello scoglio della lingua, non è semplice. Paolo in qualche modo riesce a capire che “un’amica vecchia” – o forse è una vecchia amica? – della signorina potrebbe arrivare dagli Stati Uniti. Bene, ne farà la conoscenza con piacere, dice a Claire mentre le porge il caffè che ha appena preparato per lei. Il barista è molto orgoglioso del suo prodotto e, secondo lui, non serve alcuna aggiunta per migliorare un prodotto che Dio ha già reso fantastico. Quindi ha insegnato a Claire a gustarlo senza zucchero. Più tardi, la donna esce dal bar e nota che la via Cavour è stata disseminata di libri: ce ne sono diversi sui marciapiedi, nei vasi dei fiori e sulle finestre, sotto le lavagne dei menu o appoggiati ai muri. Claire segue la pista dei libri fino alla piazza del Cinquecento. In un attimo, davanti a lei la stazione Termini. Ed eccola Monica, in carne e ossa all’uscita della stazione. Claire è sotto choc e fa l’unica cosa che le viene in mente: spalanca le braccia. L’amica sprofonda in quell’abbraccio e solo dopo, quando riesce a parlare, chiede a Claire perché diavolo sia vestita da suora...

Liam Callanan – autore americano piuttosto celebre in patria, giornalista e professore associato presso il dipartimento di inglese dell’università del Wisconsin – propone al lettore una storia toccante che racconta il percorso di una donna che, sullo sfondo della Città eterna, sperimenta l’amore in diverse sue sfaccettature. Claire ha da poco superato i cinquanta e ha cresciuto da sola la figlia per oltre vent’anni, prima che un destino tragico decidesse che è arrivato il momento di fermarsi e occuparsi unicamente di se stessa. E questa consapevolezza la destabilizza e la spaventa. Il lavoro è l’unica medicina capace di portarle sollievo. E il lavoro la conduce in Italia, a Roma, tra le mura di un monastero all’interno del quale, nella cella della badessa, trova una chiave di cui nessuno conosce la destinazione. Potrebbe essere la chiave giusta per aprire il cuore della donna e condurla verso la serenità che da tempo insegue? Originale e intenso, il romanzo di Callanan pone l’accento su come sia possibile ricominciare, anche a una certa età, e di come paura e dubbi possano essere fugati quando si riesce a trovare l’accesso giusto a quella gioia, necessaria per dare nuovo valore a ogni cosa. E l’unico strumento, l’unica chiave capace davvero di spalancare le porte del futuro, sta nell’accettazione del passato, sta nello scendere a patti con le ferite che hanno segnato i nostri ieri e che devono essere riconosciute e accettate, per poterle poi curare e lasciare rimarginare. Un racconto a tratti toccante, che parla di amicizia e di perdono, di rapporti da ricostruire e altri da ridefinire, di bivi e di scelte. Perché se è giusto camminare “rasente ai tuoi sogni” – come cita la frase in esergo – è altresì auspicabile afferrarli quegli stessi sogni, impegnarsi a realizzarli e viverli appieno.