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La cicala di Belgrado

La cicala di Belgrado

Fine estate del 2000. Il presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia, Slobodan Milošević, è ancora in carica, anche se le cose stanno per cambiare. Marina tiene stretto quel visto di studio per l’Italia, così prezioso, così difficile da ottenere. Presume che potrebbe cambiarle la vita, lo presente, ma ancora non può saperlo con certezza. Pochi giorni dopo il suo arrivo a Perugia, una enorme manifestazione che occupa il parlamento costringe Milošević a riconoscere la sua sconfitta politica. È la fine di un’epoca; l’inizio di un’altra; per la Serbia, per Belgrado, per Marina. L’arrivo in Italia espone alle domande e alle curiosità ingenue degli autoctoni verso gli stranieri: da dove vieni? Che strano accento! Che lingua parli? Ma non solo. Arrivare in un paese europeo vuol dire per Marina incontrare espatriati che come lei provengono dal quel “suo paese” sconosciuto, da quella cosiddetta jugosfera ormai frantumata. Vuol dire incontrare e riconoscere vicini quelli che la propaganda di stato descriveva come nemici: croati, bosniaci, kosovari, macedoni. Abitanti di una stessa lingua, prima uniti in unico contesto, ora divisi da frontiere immateriali oltre che da confini rigidi. Solo al di qua dell’Adriatico si può iniziare a conoscere cos’è stata veramente la guerra in Bosnia al di là della propaganda nazionalista serba: cos’è stata, per esempio, Srebrenica. Col passare del tempo, l’Italia diviene il luogo in cui abitare, una seconda casa non lontana dalla prima, ma profondamente diversa. I percorsi di crescita di Marina e della Serbia divergono e i viaggi in visita alla famiglia servono a misurare la distanza dei percorsi compiuti, a misurare la forza dei legami con la famiglia, con gli amici dell’infanzia e dell’adolescenza, pur nella diversità delle scelte. La distanza dà la possibilità di osservare con un occhio più lucido, sebbene nostalgico, i rapidi cambiamenti che coinvolgono la sua città, quella Belgrado che dopo decenni chiusa in sé stessa, nei primi anni duemila aveva fretta di scoprire e scoprirsi all’Europa, nel bene e nel male…

Le tappe biografiche di Marina Lalović - fresca e competente voce giornalistica che si occupa di politica estera per la RAI (radio e tv) -, le sue fasi di crescita, corrispondono straordinariamente con passaggi storici importanti per il suo paese e la sua regione. Durante la sua infanzia, sulle pareti della scuola elementare campeggia ancora la foto del Maresciallo Tito (morto nel 1980, un anno prima della nascita dell’autrice) e il suo slogan “fratellanza e unità” continua ad essere ripetuto. Nell’89, alla soglia dei suoi dieci anni, mentre cade il muro di Berlino, la foto viene sostituita da quella si San Sava, patrono nazionale della Serbia. La narrazione unitaria jugoslava si frantuma e lascia spazio a rinnovate narrative nazionali. L’altro momento cruciale arriva dieci anni dopo, quando Milošević viene sconfitto e si chiude l’incubo delle guerre degli anni ’90; Marina è ormai una ragazza diplomata, pronta a lanciarsi verso il mondo, ad aprirsi a nuove esperienze e così è la Serbia intera. Belgrado è lo specchio più fedele di questi profondi cambiamenti: la trasformazione dei costumi, dei quartieri, delle mode, dei flussi turistici. Per l’autrice, la città è un luogo da visitare innanzitutto nella memoria (ripercorrere i percorsi dell’infanzia, le abitudini familiari…), ma anche da visitare nei periodi di vacanza di ritorno dall’Italia per scoprirla ogni volta cambiata. Lo sguardo di Marina ci conduce nei quartieri storici, nelle fumose kafane, lungo il fiume Sava, sulle colline che aprono l’orizzonte sul Danubio, sui nuovi miliardari scenari di speculazione edilizia, o semplicemente sui divani dove si sorseggiano lunghi caffè e si osserva il tempo che scorre. Belgrado città soglia e ponte fra Medio Oriente ed Europa, città di frizioni, di fusioni, coacervo di percorsi provenienti da coordinate diverse. La cicala di Belgrado è allora un gradevolissimo ibrido, a metà fra memoir personale che ripercorre la storia personale di una ragazza e quella professionale di una giornalista divisa fra due mondi distanti e confinanti, e una guida urbana sentimentale, giovane, partecipata, il libro perfetto che dovrebbe leggere chiunque sia intenzionato a visitare Belgrado e sia interessato a scoprirne l’orizzonte sonoro, musicale, culinario, olfattivo, ma anche a coglierla nel vivo dei suoi processi di cambiamento. E forse questo libro è ancora qualcosa di più: ci presenta lo “sguardo europeo” nella sua declinazione balcanica, lo sguardo, nuovo per molti di noi, di chi entra in questa famiglia culturale dopo un travagliato e doloroso percorso politico e identitario. Uno sguardo che di rimando ci aiuta a mettere in prospettiva il nostro, getta luce sulle storie di tanti “nuovi italiani” che provengono da quelle aree del mondo, e, in fin dei conti, arricchisce di una tessera nuova la complessità del mosaico.