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La cieca di Sorrento

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Vecchia Napoli. Vico Chiavettieri al Pendino, 10 novembre 1840. Gaetano, giovane (e brutto) studente di Medicina all’Ospedale degli Incurabili, nella sua squallida casa, analizza la testa mozzata di un cadavere di donna, mentre sua nonna dorme su un pagliericcio, a pochi metri da lui. “Vi sono alcune disgraziate famiglie gettate nel mondo come un branco di uccelli su una fornace rovente: si scottano dappertutto, e di lì a poco muoiono soffocate”. Gaetano appartiene anch’egli a una di esse, eppure un forte desiderio di rivalsa lo spinge a studiare, a cercare di migliorarsi. Se è inizialmente sottovalutato e sbeffato dai suoi colleghi universitari, un evento inaspettato cambia l’opinione che gli altri hanno di lui: l’assenza di un professore spinge il giovane a improvvisarsi tale e ad analizzare con minuzia e controllata freddezza, davanti a tutti, il cadavere di sua sorella. Ciò gli conferisce, da quel giorno, il rispetto e la stima degli altri. Ma il passato suo – quello di un padre morto impiccato per furto e assassinio – e quello della giovane (e sfortunata anch’ella) Beatrice, come un boomerang, è pronto a tornare indietro, a colpirlo a piano, fino a indirizzare completamente la sua esistenza…

Francesco Mastriani (Napoli 1819-1891) è stato un romanziere di successo, elogiato dallo stesso Benedetto Croce. La cieca di Sorrento è tra le sue opere più celebri. Con una prosa pregna e merlettata, accuratamente decorata come le storie e i paesaggi che racconta, il Mastriani ci lascia sprofondare con lentezza – ci accompagna per mano – in un romanzo che – per le verità universali che rappresenta – possiamo a tutti gli effetti definire: un classico. “L’universo che mi sono creato nella mia fantasia non può essere meno bello di quel che è in realtà”: con queste parole l’autore lascia parlare Beatrice, divenuta cieca da bambina, dopo un tragico incidente; ma a tessere le lodi della fantasia, dell’universo mentale è, ovviamente, il Mastriani stesso, maestro nel colorare e trasformare/abbellire la realtà mediante le parole. Il suo è, infatti, un romanzo che racconta degli umili, delle tragedie che colpiscono alcuni uomini e dei loro innumerevoli inverni, ma è anche un accenno di paradiso, come quella Sorrento – dove appunto abita Beatrice (un nome non casuale…) –, che è “terra di eterna primavera”.