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La città bianca

La città bianca
Anno Domini 1230. Gengis Khan, colui che ha portato i Mongoli ad essere una grande nazione; colui che ha sfidato e sottomesso il popolo Chin; colui che ha compiuto imprese mai viste nella steppa è morto. Ora il suo nome è leggenda, e il suo successore raccoglierà un’eredità pesantissima: è Ogedai, il terzogenito del Gran Khan. L’unico in grado di essere il suo degno erede. Sarà lui il secondo khan dell’Impero Mongolo e dovrà dimostrare di esserne degno, perché deve sconfiggere le resistenze dei suoi fratelli, tutti aspiranti alla carica di khan. Poi potrà compiere un’impresa degna del nome di suo padre: dare una casa ai mongoli. Costruire una città. La capitale. Karakorum. Ecco perché Ogedai ha optato per un periodo di pace, nonostante il suo popolo sia abituato a combattere, sempre e comunque. E una volta conclusa la costruzione della città, che svetta bianca nella steppa con le sue strade di marmo, i mongoli sono pronti a riprendere le armi e spingersi a est, dove la Cina dei Sung rappresenta sempre una temibile minaccia; e a ovest, dove l’orda mongola, guidata dal fedele Tsubodai, si spinge nei Balcani e in Russia, il confine debole dell’Europa…
La città bianca è il quarto episodio della saga che Conn Iggulden dedica a Gengis Khan e alla sua stirpe. Un romanzo che segna un punto di svolta e che vede, per la prima volta, l’assenza del Grande Khan e l’avvento di suo figlio Ogedai, il cui nome viene riportato dalle cronache come Ögödei o Ögedei Khan. Sono i problemi di successione, la costruzione della prima capitale mongola, Karakorum, e gli attacchi alla Russia i fulcri narrativi di una trama condita da intrighi di palazzo, azione, strategia militare (appaiono per la prima volta i progenitori dei nostri cannoni), nonostante la figura di Ogedai non riesca a raggiungere l’epicità di suo padre. Ma con La città bianca Iggulden dimostra di saper gestire una saga in continua evoluzione, in cui si muove un coro di personaggi ben rappresentati, e che non si conclude con la morte del protagonista dei primi tre episodi. Con una costante: lo stile dell’autore britannico non concede cali di tensione e si dimostra sempre tesa e avvincente, anche in questo ennesimo tassello di una serie di romanzi che è diventata l’imperdibile epopea del popolo mongolo.