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La città condannata

La città condannata

Andrej, Donald e Wang. Una squadra di netturbini davvero eterogenea. Il primo è un astronomo e viene dalla Leningrado del 1951, il secondo è un sociologo americano e arriva dal 1967, il terzo è cinese. E nel gruppo di amici che frequentano abitualmente ci sono anche un giapponese, un haitiano, un tedesco ex ufficiale della Wermacht e tanti altri. Del resto costoro non sono certo un’eccezione: la Città è piena di gente che arriva da tutte le parti del mondo e da quasi tutti i decenni del post Seconda guerra mondiale, una comunità socialista in cui tutte le professioni sono assegnate a rotazione a tutti gli abitanti. È il cuore dell’Esperimento, organizzato per mettere a punto la perfetta società egalitaria e riprodurla poi nel mondo reale. A creare un po’ di scompiglio nel sistema sociale della città e nel gruppo dei protagonisti sono prima l’arrivo di Selma Nagel, una prostituta svedese bella e disinibita, e poi l’attacco di un branco di babbuini molto grossi, molto pelosi e dall’aspetto assai feroce. Le scimmie in una sola notte mettono a ferro e fuoco la piazza del Municipio e nessuno riesce a fermarli, non essendo permessa alcuna arma in città. Andrej, esasperato, entra nel palazzo del Municipio alla ricerca di un’autorità, di un comando, di qualcuno che si prenda una qualche responsabilità. In un ufficio incontra il Mentore, il coordinatore dell’Esperimento. Le speranze di Andrej sono però presto deluse: il Mentore è enigmatico e ineffabile, non vuole o non può dargli nessuna spiegazione, lo esorta soltanto a tornare in piazza e ad agire, a fare il possibile per bloccare l’incursione dei babbuini, con ogni mezzo…

Gli autori iniziarono a lavorare al romanzo alla fine degli anni Sessanta (il titolo originariamente era Nuova Apocalisse, ma poi cambiò nel definitivo La città condannata in onore dell’omonimo dipinto di Nikolaj Rerich, che li colpì “per la sua cupa bellezza e per il senso di disperazione che da esso promanava”) per concluderlo nel 1972. I fratelli Strugackij in realtà erano ben consapevoli che – per una serie di motivi, non tutti per noi oggi comprensibili – le speranze di poter pubblicare il romanzo erano quasi inesistenti. Ma all’inizio gli autori pensavano/speravano di potersi in qualche modo infilare tra le maglie del sistema di censura sovietico: “Noi ci immaginavamo che, dopo aver terminato il manoscritto, ne avremmo fatto una bella copia e l’avremmo portata (con l’aria più innocente possibile) in varie redazioni. In molte e diverse redazioni. E in tutte quelle redazioni, ovviamente, sarebbe stata rifiutata, non senza però che qualcuno l’avesse letta. E in ogni redazione non l’avrebbe letta soltanto una persona, come accade di solito, ma in tanti. E ne avrebbero fatte delle copie, come accade normalmente. E le avrebbero date da leggere ai loro conoscenti. E allora il romanzo avrebbe iniziato a vivere…”. Una speranza destinata a svanire ben presto, perché il giro di vite imposto dal Segretario del PCUS Leonid Bréžnev in quegli anni sulla politica interna dell’URSS impose maggiore cautela e consigliò i fratelli Strugackij di limitarsi a leggere ad alta voce la bozza del romanzo solo agli amici più cari per evitare guai ancor più seri della censura. Per sicurezza vennero battute a macchina tre copie del romanzo e due vennero consegnate a persone fidate perché le nascondessero. E nascoste rimasero fino alla fine degli anni Ottanta, quando – a Muro di Berlino caduto – venne avviata in Russia la pubblicazione integrale delle opere di Arkadij e Boris Strugackij. A ulteriori trent’anni di distanza La città condannata arriva anche in Italia grazie all’editore Carbonio, che ha il grandissimo merito di farci conoscere un apologo visionario e ricco di simboli, una sorta di ibrido tra Truman Show e il Ciclo del Fiume di Philip José Farmer ma decisamente sbilanciato sul politico. Quando il tono dei fratelli Strugackij si fa troppo satirico la storia si indebolisce, è vero, ma nel complesso siamo di fronte a un vero classico della narrativa fantascientifica est-europea.