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La città delle streghe

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XVIII secolo. Laura Chevalier non ha mai conosciuto il padre, ma il marito di sua madre, Fioreste, l’ha sempre trattata come se fosse figlia sua. A Villafranca, la piccola città della Savoia in cui ha vissuto fin dalla sua nascita, Fioreste è un profumiere di successo e i suoi ingenti guadagni gli permettono di acquistare con facilità un posto nella prima carovana in fuga verso Torino. Da quando il Duca di Savoia è in guerra con il re di Francia, infatti, la vita a Villafranca è diventata insostenibile, mentre Torino sembra offrire nuove e inaspettate opportunità di lavoro per Fioreste e interessanti prospettive matrimoniali per Laura. Il giorno della partenza, però, uno strano incontro e degli oscuri presagi incombono sulla ragazza, che tutto vorrebbe fuorché lasciare quella che è sempre stata la sua casa… Gustìn è quello che tutti definirebbero un ragazzo di strada, cresciuto nei sobborghi torinesi dove ha imparato come trovare (più o meno legalmente) il cibo per arrivare alla fine della giornata. Quando viene arrestato, però, gli riservano subito un trattamento inusuale, del tutto ingiustificato per un criminale di piccolo taglio come lui. Il conte di Gropello, infatti, ha altri piani per quel giovane dagli occhi così vispi: la sua scaltrezza con il pugnale e la sua intelligenza al di sopra della media sono proprio le caratteristiche di cui il conte ha bisogno per la sua guardia del corpo. Ma, si sa, è difficile avere un padrone per chi è abituato a vivere come un cane sciolto…

Dopo un inizio forse non troppo ritmato, il romanzo di Luca Buggio finisce per rapire il lettore e scaraventarlo all’interno della storia quasi inconsapevolmente. I due filoni narrativi, quello con protagonista Laura e quello su Gustìn, si svolgono negli stessi giorni ma in due ambienti totalmente differenti. La giovane ragazza vive i giorni difficili del passaggio dall’adolescenza alla maturità negli aspri vicoli dei borghi torinesi, mentre Gustìn segue il conte suo padrone in una difficile missione diplomatica che si snoda nelle inospitali colline piemontesi. Al di là delle ambientazioni, però, quello che colpisce e turba (positivamente) il lettore è la perenne sensazione di camminare su un sottile filo che divide ciò che è razionale da ciò che non lo è. Difatti, Buggio pesca a piene mani in quel vastissimo ambito in cui si raccolgono tutte le risposte irrazionali ai problemi quotidiani che il nostro cervello non riesce a decifrare. La declinazione, settecentesca e tutta piemontese, di streghe, diavoli e riti demoniaci finisce quindi per disarmare la mente dell’uomo moderno, sempre così iper-razionale e convinto (forse oggi un po’ di meno) di poter governare il mondo e controllare gli eventi. E così, solo e privato delle sue armi migliori, il lettore si trova costretto a crederci fino in fondo a quelle credenze popolari che a mente lucida lo farebbero inorridire. Perché, come diceva Peppino De Filippo, “non è vero, ma ci credo”.