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La città sostituita

Copertina del libro

Una Packard gialla percorre le strade dissestate della Virginia diretta verso Millgate. Al volante c’è Ted Barton, che sta tornando nella cittadina dove è nato e ha trascorso l’infanzia dopo diciotto anni di assenza. Al suo fianco viaggia la moglie Peggy, infastidita dal caldo, dalla strada e dalla deviazione che il marito ha deciso di fare durante la vacanza, a caccia di un passato di cui alla donna importa ben poco. Barton, invece, è sempre più emozionato. Ricorda la città, le persone che vi abitavano, la casa della sua famiglia, la scuola, il vecchio parco e la gioielleria di Berg, dove suo padre gli ha regalato una piccola bussola d’argento che conserva ancora con sé. Quando la strada scende nella valle Millgate appare, circondata dalle montagne. Barton riconosce il paesaggio e indica alla moglie poco entusiasta via via i luoghi che ricorda. L’auto entra in città e attraversa strade, negozi, bar, ristoranti, abitazioni e la scuola. Ma, mentre procede, Barton diventa improvvisamente silenzioso. Il volto gli si fa pallido e, davanti alle domande di Peggy, ammette di non riconoscere la città. È convinto di aver seguito la strada giusta e di trovarsi nel luogo della propria infanzia, ma tutto ciò che vede è diverso da come lo ricorda. Barton scende dalla macchina e comincia a cercare conferme. Entra in un vecchio negozio di ferramenta e interroga il proprietario, chiedendogli da quanto tempo l’attività esista. Il vecchio indica il 1927 come anno di apertura e afferma di vivere a Millgate da quarant’anni, ma non riconosce Barton e nega che siano mai esistite Pine Street e Douglas Street, le strade che Barton ricorda. Anche il vecchio parco e gli altri luoghi della sua infanzia sembrano non essere mai esistiti. Barton attraversa la strada ed entra in una drogheria. Cerca il negozio di articoli in pelle di Doyle, che ricorda di aver visto sempre proprio in quel punto, ma la proprietaria sostiene che la sua famiglia gestisce quella drogheria dal 1889. Barton esce e scopre che la strada si chiama Jefferson Street, non Central Street. Chiede indicazioni per Central Street, ma le persone che incontra gli rispondono che quella strada non esiste. Poco dopo raggiunge il luogo in cui dovrebbe trovarsi la casa dove è nato: al suo posto trova un grande albergo e scopre che la strada si chiama Fairmount, non Pine Street. Barton si reca quindi alla redazione del giornale locale, il «Millgate Times», e chiede di consultare i vecchi numeri del 1926. Dopo aver insistito, ottiene il volume e cerca l’edizione del 16 giugno, il giorno della propria nascita. Trova l’annuncio, ma anche lì la realtà non coincide con i suoi ricordi: suo padre viene indicato come Donald anziché Joe, sua madre come Sarah anziché Ruth, l’indirizzo è quello di Fairmount Street invece di Pine Street e la nascita risulta avvenuta al County Hospital. Barton chiede allora i giornali dell’ottobre 1935, il mese in cui ricorda di aver lasciato Millgate con la propria famiglia per trasferirsi a Richmond. Quando trova il numero del 9 ottobre, legge il titolo dedicato a un’epidemia di scarlattina. Il giornale annuncia la morte di Theodore Barton, nove anni, figlio di Donald e Sarah Barton, residente al 1386 di Fairmount Street. La notizia riferisce che il bambino è morto in casa alle sette del mattino e che si tratta della seconda vittima di quel focolaio. Barton legge così la notizia della propria morte: tutto ciò che ricordava della sua vita a Millgate sembra essere una gigantesca bugia…

Uscito nell’ottobre 1957 (in Italia su Urania nel 1962), La città sostituita è uno dei capitoli più originali, inclassificabili e tutto sommato bizzarri della bibliografia di Philip K. Dick. Scritto originariamente nel 1953, uscì nel dicembre del 1956 sulla rivista “Satellite Science Fiction” con il titolo A Glass of Darkness. L’anno successivo, nel 1957, l’editore Ace Books pubblicò in volume (seppure in formato flip-book assieme a Limbo di Andre Norton) con il nuovo titolo The Cosmic Puppets una versione revisionata da Dick, leggermente più breve (malgrado spesso sul web si affermi che è più lunga) e con un ritmo narrativo più serrato (furono anche modificati numerosi paragrafi, eliminati elementi e soprattutto riorganizzato l’ordine delle scene iniziali). La premessa è tipicamente dickiana nella sua semplicità perturbante. Ted Barton torna nella cittadina della Virginia in cui aveva trascorso l’infanzia, Millgate, dopo diciotto anni di assenza. Il luogo che trova, tuttavia, non corrisponde ai suoi ricordi: edifici, persone e perfino la storia ufficiale della città e quella della sua famiglia sembrano appartenere a un’altra realtà. L’indagine sulla propria identità allora diventa un’indagine sulla natura stessa del reale. È proprio qui che La città sostituita anticipa uno dei grandi nuclei tematici dell’opera successiva di Dick: la realtà non è necessariamente ciò che appare, e la memoria individuale può costituire una forma di resistenza contro una realtà ufficiale apparentemente incontrovertibile. Ma, rispetto ai romanzi successivi, Dick non ricorre agli stilemi e alle situazioni tipiche della Science-Fiction, per quanto atipica, per costruire la propria realtà contraffatta. La falsificazione di Millgate è apertamente di natura mitologica. Dietro la trasformazione della città si combatte infatti il conflitto tra Ormazd, principio creatore e luminoso, e Ahriman, forza distruttrice e deformante, figure tratte dalla tradizione zoroastriana. E se non è originale (e imprevedibile) questo in un romanzo degli Anni Cinquanta ditemi cosa lo è. La componente zoroastriana, peraltro, non è un semplice ornamento esotico. La stesura del romanzo ebbe conseguenze importanti sulla formazione intellettuale dello scrittore. Dick raccontò nel 1981 a Gregg Rickman che, per scrivere il libro si era messo a studiare quell’antica religione e che quell’indagine aveva avuto conseguenze profonde sulla sua spiritualità. In una lettera del 1954 aveva descritto il progetto come una “un romanzo fantastico con un taglio psicologico”, paragonandolo a Kafka e immaginandolo come un viaggio progressivo verso “i regni onirici del simbolismo, l’inconscio”. Questo ci aiuta a comprendere perché il romanzo sembri talvolta appartenere contemporaneamente a più generi. È un romanzo fantastico, horror, una parabola religiosa, una distopia, una riflessione sulla memoria, una metafora del pensiero dualistico occidentale, una clamorosa anticipazione della narrativa e della cinematografia sulla realtà artificiale. Il riferimento alla mitologia permette a Dick di trasformare una crisi dell’identità personale in una guerra cosmica: Millgate non è semplicemente una città alterata, ma il teatro concreto di una lotta tra principi opposti. È vero: quello de La città sostituita è un Philip K. Dick ancora in modalità “early access”, ma dentro ci sono già parecchi bug destinati a diventare feature. Non possiede ancora la precisione filosofica di Ubik né la complessità politica de La svastica sul sole, ma contiene già il DNA di entrambi. È un romanzo acerbo, sì, ma non marginale per la comprensione dell’autore: proprio perché le idee sono ancora esposte in forma mitologica, si vede quasi a occhio nudo il processo attraverso cui Dick sta trasformando la fantascienza americana in una narrativa dell’instabilità ontologica. Millgate sembra quasi il set di un episodio di Black Mirror mezzo secolo prima di Black Mirror, soltanto che al posto dell’algoritmo ci sono divinità iraniche, golem, insetti e bambini inquietanti. E in certi momenti, ovviamente, il romanzo ha qualcosa di Truman Show: il protagonista capisce che il mondo intorno a lui è costruito, ma invece di scoprire un set televisivo scopre che dietro la scenografia c’è qualcosa che va oltre l’umano. Non un “Dick minore” da contrapporre ai capolavori come spesso viene fatto, ma un momento essenziale della sua formazione. Una favola weird sulla realtà come campo di battaglia.