Ora che l’età avanza, gli amici cominciano a morire. E se tra i tuoi amici molti sono poeti, sono i poeti appunto a morire, come in una strana epidemia: per uno hai fatto un’orazione funebre (“Era gennaio, e gelava”), per un altro hai letto versi durante il corteo funebre, a un altro ancora “scrissi qualche sommessa strofa / sulla nostra giovinezza. / Non erano una gran cosa, / ma furono le ultime che lesse. / Sorrise, come sorride / chi sa di star per morire”. Già, la morte. “(…) ogni giorno incontriamo qualcuno / che involontariamente ci chiede / senza aprire la bocca: / Quando? Come? E dopo, che cosa c’è?”. La bellezza, la giovinezza, la tenerezza si devono arrendere alla cupa morte, è un fato ineluttabile: “(…) è rimasto un pugno di polvere, / nulla più. / S’alzava e ricadeva nel buio / dell’ampio sepolcro. / E dalla fessura tra le lastre / come il latrare dei cani / ogni tanto irrompeva / profumo di violette”. L’antidoto alla morte è la sensualità, simbolo perfetto della vita: “Oggi so come in quel momento fatale / si comportano le donne / cui l’angelo non annunciò nulla. / Prima ansimano dal piacere, poi singhiozzano, per conficcare senza pietà le unghie / dentro la pelle dell’uomo. E quando cercano di serrare il grembo / tendendo i muscoli, / il cuore in tumulto proietta nella loro bocca / parole selvagge”. È un ciclo continuo, gli opposti si alternano in eterno: “Tutto è già stato, qui sulla terra / non vi è nulla di nuovo, / ma guai agli amanti / che non sanno scoprire in ogni bacio / un fiore nuovo”…

Composta tra il 1968 e il 1970, all’indomani dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, da uno Jaroslav Seifert già anziano, questa raccolta dovette attendere a lungo la pubblicazione ufficiale: circolò clandestinamente in samizdat dal 1973 e venne pubblicata all’estero nel 1981, mentre in patria apparve soltanto nel 1984, in versione censurata, quando il regime comunista non poté più ignorare l’autore dopo l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura. La scelta del titolo rivela la complessità semantica dell’opera: le colonne della peste, edificate nelle città ceche come ringraziamento per la sopravvivenza alle epidemie, divennero nel tempo luoghi d’incontro per gli amanti, incarnando così una dialettica tra morte e vita, ricordo e presente che permea l’intera raccolta. Dal punto di vista formale, la silloge segna una svolta radicale rispetto alla produzione precedente di Seifert. Il poeta abbandona definitivamente la regolarità metrica e la forma-canzone che avevano caratterizzato le sue raccolte giovanili, adottando il verso libero e una struttura prosastica organizzata in strofe brevi. Il linguaggio si spoglia degli orpelli retorici: prevale una semplicità quasi colloquiale, le parole comuni assumono intensità evocativa proprio attraverso metafore inattese e accostamenti sorprendenti. Questa scelta estetica riflette una maturazione esistenziale: dopo una grave malattia, Seifert compone versi pervasi da toni elegiaci e riflessivi, un dialogo con i fantasmi del passato. Ma perché censurare un poetare così intimo e sentimentale? C’è una dimensione politica implicita: benché Seifert eviti riferimenti diretti alla repressione post-1968, l’atmosfera opprimente della “normalizzazione” permea i versi attraverso allusioni e doppi sensi che i lettori cechi contemporanei seppero immediatamente decodificare, ma che a noi sfuggono del tutto. La poesia di Seifert, nell’arco della sua lunga carriera, ha conosciuto molteplici trasformazioni. Dai primi entusiasmi proletari degli anni Venti, quando aderì al Partito Comunista per poi esserne espulso nel 1929 per la sua opposizione allo stalinismo, attraversò le fasi del poetismo e dell’avanguardia della Devětsil, fino all’evoluzione verso una lirica più intimista. La colonna della peste rappresenta il culmine di questa parabola: un’opera in cui il ricordo personale diviene memoria collettiva della nazione ceca. La scelta del Comitato Nobel, che nel 1984 premiò Seifert “per la sua poesia che con fresca sensualità e ricca inventiva offre un’immagine liberatoria dell’indomabile spirito e versatilità dell’uomo”, riconobbe proprio questa capacità di trasformare l’esperienza individuale in testimonianza universale.