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La combattente

La combattente

Sono i primi anni 2000. Angelita si ritrova improvvisamente sola nella grande casa di campagna, alle porte di Roma. Fabrizio, suo compagno da trent’anni, non c’è più: si è spento dopo una lunga malattia. Stordita dal dolore, dall’assenza non solo fisica dell’uomo che ha così intensamente amato fino al punto di consacragli la propria intera esistenza, Angelita viene travolta dai ricordi e dal dolore. Si trova a vagare in una sorta di vuoto pneumatico in cui arranca senza la volontà e la forza di riemergere, inghiottita dalle sabbie mobili di un’esistenza ormai priva di stimoli. Mette in discussione perfino il suo ruolo nella vita del figlio Marco, che sente sempre più distante, ma che non vuole turbare con il proprio bisogno della sua presenza. La grande casa, tempio del loro amore e della felicità familiare, rischia ormai di diventare un mausoleo di ricordi e rimpianti. Un allagamento improvviso fa sì che sia la casa stessa a donarle ciò che sarà la chiave per aprire l’unica porta chiusa sul passato di Fabrizio. Angelita trova in cantina, nascosta nel muro, una pistola e quattro lettere scritte in tedesco, firmate da una donna di nome Monika, della quale non ha mai sentito parlare. “Mi sentivo truffata. Rapinata dei miei sentimenti. E questa volta lo aveva fatto Fabrizio”. La rabbia e lo scoramento si uniscono al dolore in un cocktail esplosivo che ha il potere di annientarla e di farla risorgere poi, nell’impresa di ricostruire il passato doloroso di Fabrizio. Roma, anni ’70, giornalista d’inchiesta alle prime armi lei, video reporter lui. Si conoscono così, fuori da un manicomio nel quale penetrano di nascosto insieme ad un amico comune, fotoreporter, per documentare le verità scomode celate dentro quegli inferni…

Si parla sempre troppo poco degli anni ’70, da un punto di vista socio-politico, nelle aule e nei canali di informazione. Scomodi, bollati come violenti, “di piombo”. Eppure le prime grandi riforme civili sono state raggiunte proprio in quegli anni. Le leggi sull’aborto e sul divorzio, la legge Basaglia che sancì la chiusura dei manicomi, ad esempio. Sono stati anni di lotte sociali, figli di una guerra mai veramente finita, di ingiustizie mai completamente rivelate, punite e sanate. Attraverso il dolore di Angelita, costretta a rielaborare il suo passato alla luce di un evento sconvolgente, possiamo ottenere un vivido scorcio su quell’epoca. La si intravede nella narrazione dallo stile asciutto, ruvido, che non fa sconti e va diretto al centro di ogni questione, a metà strada fra il giornalismo d’inchiesta e il romanzo noir. La Nardini la racconta dipingendola con i suoi veri colori. Il dolore per la perdita dell’uomo amato è sincero, crudo, tangibile, che non può non essere che autobiografico. Angelita si immerge nel lutto senza cercare vie di fuga. Quando scopre che Fabrizio le ha tenuto nascosta una parte importante del suo passato, si sente tradita in quello spazio intimo in cui era racchiusa l’unicità del loro rapporto. Ma non rifugge, affronta il rischio di perdere tutto, anche l’autenticità dei ricordi, alla ricerca di quel pezzo di Fabrizio che non è mai stato suo. Le molte citazioni di fatti e personaggi dell’epoca, sconosciuti ai più giovani e ai meno informati, possono sembrare pretenziose, ma costringono ad una ricerca che non può che arricchire l’esperienza di questa lettura.