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La concia del coniglio

La concia del coniglio

Si è addormentato, certo di essere al sicuro. E invece si è svegliato a causa della stretta che, sempre più forte, si stringe intorno al suo giovane collo. Pochi attimi e quel buio diventerà perenne. Pochi attimi per fare un bilancio della propria vita e scoprire che tanti di quei momenti ancora si sarebbero potuti compiere, se gli eventi non fossero andati in quel modo... È collassato nel parcheggio, poco distante da casa. Aron non ricorda nulla di quel pomeriggio, ma non stenta a credere che quello che gli stanno raccontando i suoi amici corrisponda alla realtà. Lo hanno trovato riverso per strada, addormentato. Seduto nel sedile posteriore della macchina, ascolta Liuc e Toni battibeccare, mentre cerca di riprendere le fila degli incubi che hanno popolato la sua mente in quel parcheggio. Non ricorda granché, solo Bianconigli in ritardo e tante, tantissime statue... Nel buio del trullo in cui ha cercato riparo, cerca di riprendere fiato dopo la corsa nei campi arsi dal caldo sole della Puglia. Non avrebbero mai dovuto mettersi alla ricerca di quella pantera, o almeno non sul finire della giornata. All’imbrunire si sono persi nel bosco, poi quel rumore sinistro e la fuga tra i campi. E ora lei, sola, in quella specie di casa che sembra essere il luogo di lavoro di un cacciatore. Appesi al soffitto per le zampe posteriori ci sono tre conigli, mentre sul tavolaccio un grande coltello sporco di sangue...

“C’è qualcosa di sfuocato nei ricordi. Come un filtro”. È questa la sensazione che si ha leggendo la prima raccolta di fumetti di Moro, al secolo Francesco Moretti. Risultato di quattro anni di lavoro, La concia del coniglio è una graphic novel particolare e non soltanto per lo stile non convenzionale del disegno; formato da quattro racconti (Mr. Varis, Cibo per mosche, All’impero e La Pantera, quest’ultimo inedito), uniti tra loro ma al contempo svincolati l’uno dall’altro, questa prima raccolta centra l’obiettivo di trasmettere al lettore un senso di disagio, senza però riuscire a chiarificarne l’origine. Allo stesso modo di come accade negli incubi, ecco che ci si ritrova in un mondo ai limiti dell’assurdo, nel quale però nulla è eccentrico, se non quella sensazione che qualcosa di profondamente sbagliato si stia compiendo. Oltre ad alcuni elementi grafici e non che si ripropongono all’interno di tutti i racconti (ad esempio le mosche o la presenza della musica), fil rouge della narrazione resta il senso di precarietà unito alla ricerca di una verità, non assoluta ma personale. Particolarmente riuscito l’ultimo racconto, La Pantera: partendo da un fatto di cronaca recente – l’avvistamento di una pantera nelle campagne pugliesi – Moro riesce a disegnare una storia nella quale la protagonista assoluta è la paura. La paura di qualcosa che potrebbe essere; la paura di qualcosa che ci appartiene; la paura di scoprire qualcosa che non vorremmo. Un fumetto che si discosta dai canoni definiti tradizionali, ma che trova proprio in questa rottura degli argini un elemento in grado di aumentare ulteriormente il messaggio di cui si vuole far portavoce.