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La condanna del sangue – La primavera del commissario Ricciardi

La condanna del sangue – La primavera del commissario Ricciardi

Napoli, 1931. Ciro sta per chiudere la sua bottega di barbiere: è l’ultimo a farlo in via Salvator Rosa, sta finendo di spazzare e ripensando alla sua vita, al padre che gli ha insegnato tutto, al cliente che gli ha strappato il rasoio di mano e si è tolto la vita proprio lì… Poi entra un cliente che lo inquieta non poco, un uomo di poche parole, dagli occhi verdi e che non porta mai il cappello pur essendo, si vede, una persona di un certo ceto. Da un’altra parte della città, un uomo sta tornando a casa cercando di nascondere la disperazione, perché sua moglie e i figli non la devono vedere. Il suo sogno deve riprendere vita: se solo non avesse negli occhi tutto quel sangue. E poi c’è una bambina che ha perso la mamma, ma avrebbe preferito morire lei, perché vivere nell’inferno di un padre che beve e le ha tolto tutto è peggio; una vergine puttana, con l’unico difetto di essere una bellezza inarrivabile, che da quando è morto suo marito non ha più voluto vicino nessuno e si danna l’anima per dare al figlio una vita migliore, a dispetto di chi la lusinga di chi la ricatta a dispetto di chi la vorrebbe e non può averla. E ancora, una donna dell’alta società, sposata con un uomo molto più anziano che si macera nel vederla innamorata ricambiata di un attore, lontana da lui anche se ancora torna a casa, spesso al mattino. C’è anche una vecchia cartomante nei Quartieri, con un sacco di gente che la cerca, pende dai responsi delle sue carte vecchie come lei, impregnate dell’odore di aglio, urina vecchia e povertà. Deve aver dato una risposta sbagliata a qualcuno, perché quella donna giace nel suo sangue, uccisa da un colpo alla testa e poi massacrata di calci, con indicibile violenza…

Secondo romanzo che vede protagonista il commissario della Règia questura di Napoli, Luigi Alfredo Ricciardi, barone di Malomonte. Si è autocondannato alla solitudine, troppo pesante il fardello che ha ereditato dalla madre, il Fatto lo chiama, vede i morti nell’ultimo istante, quello immediatamente successivo al trapasso. Li sente ripetere ossessivamente l’ultima frase pronunciata. Questo non lo sa nessuno, ma il brigadiere Maione, il suo partner si direbbe oggi, sa che quando arrivano sulla scena di un delitto Ricciardi ha bisogno di vederla per primo da solo, e lui fa in modo che sia sempre così. La vecchia cartomante buttata come uno straccio nel suo stesso sangue ripete a Ricciardi un proverbio il cui significato lui non conosce e non comprende subito: “Il Padreterno non è mercante che paga il sabato”. Indagando mentre intorno scoppia la primavera, si imbatterà nelle mille sfumature che può assumere la parola sangue. È per il proprio - figli nipoti genitori - che si commettono le peggiori infamità, per difendere quel legame profondo e insondabile. È il sangue che lascia macchie indelebili sulle mani che non tornano mai pulite, negli occhi e nel naso di chi per qualsiasi motivo si trova a vederlo versato. Ancora praticamente agli esordi, in questo romanzo Maurizio de Giovanni esprime già completamente il talento che si confermerà negli anni a venire, sia per quanto riguarda il plot giallo ineccepibile e senza trucchi, sia per la calibratura perfetta delle sottotrame, che intrecciano le vicende personali del protagonista con il procedere delle indagini e con la Storia. Non dimentichiamo che siamo in pieno Ventennio fascista, con qualcuno che ha intuito il futuro e altri che ancora si lasciano irretire dalle promesse di benessere.