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La condottiera Elsa

La condottiera Elsa

A ridosso della Rivoluzione d’ottobre, i bolscevichi decidono di lanciare l’Armata Rossa alla conquista dell’Europa occidentale: ad affiancarla l’esercito cinese, nato da moti analoghi e ispirati a quelli russi; a guidarla, un’eroina, un simbolo, una marionetta, una donna bella quanto “docile e perversa”. Si tratta di Elsa Grünberg, giovane ebrea scelta e istruita dai dirigenti sovietici per solleticare l’immaginario patriottico ed erotico delle truppe. A metà tra Giovanna d’Arco del comunismo e contessa sanguinaria, Elsa è “coraggiosa e spietata”, “cattiva e cinica”, poiché “ha conosciuto l’amarezza di un’infanzia esposta a tutto” e “se disprezza gli uomini che ne hanno contaminato la grazia da bambina, ne ha il sacrosanto diritto”; è quindi per una vendetta personale che guiderà i soldati fino in Francia, “il terreno classico dei grandi match internazionali”. Tutto procede come pianificato, se non fosse che, giunti a destinazione, “un morboso sbalordimento” spiazza i soldati, “i cui ideali imposti al vecchio mondo apparivano, adesso che ognuno era in grado di verificarli, più sfuggenti di quanto non si fosse immaginato”; hanno inizio interminabili festeggiamenti, tutto è inondato dall’alcol, lo scontro tra culture si fa incontro di vaghezze. Elsa viene sedotta dal pittore Bogaert, che vede in lei un capriccio esotico indecifrabile, e le conseguenze di entrambe le conquiste, quella militare e quella amorosa, si rispecchieranno nell’annichilimento di questa giovane trascinata dagli eventi e la cui esistenza sarà stata alla fine, come anticipato dall’autore, “solo una sequenza d’immagini di creazioni intellettuale”...

La condottiera Elsa è un romanzo difficile da inquadrare: sarebbe stato a suo tempo una distopia se avesse proposto un futuro “peggiore”, anziché una realtà alternativa ai fatti storici (più o meno sanguinario è irrilevante); oggi appare piuttosto un’ucronia, per quanto non veicoli le implicazioni morali del genere. Ha di certo i contrassegni della parodia (bastino i nomi dei comandanti Falstaff, Amleto e Puppchen), della riflessione metastorica (sulla natura delle rivoluzioni) e della satira politica (“Una poltrona è una poltrona indipendentemente dalla qualità dell’occupante”), ma si distacca dal divertissement in virtù dell’acume dell’autore, delle infinite trovate e di una prosa elegante, ricca e vivace quanto moderna (l’assonanza con la traduzione del Porto delle nebbie, opera di Cristina Földes per Adelphi, suggerisce una qualità intrinseca dell’originale). Sconveniente, oggi, chiamare in causa profezie o scongiuri, dacché in (e con) Elsa l’autore descrive piuttosto uno spettacolo teatrale, come esplicitato dagli intermezzi: quello di Elsa “è lo scenario di un dramma shakespeariano, o più esattamente di uno di quei drammi appassionati e burleschi”; questa dimensione farsesca e metanarrativa verrà ribadita a ogni intervallo. Tutto ciò ha un nome, “fantastico sociale”, una visione mai formalizzata da Mac Orlan ma illustrata attraverso saggi, articoli, romanzi e canzoni: a differenza del fantastico tradizionale, in cui il soprannaturale irrompe nel quotidiano, il fantastico sociale consiste nella rappresentazione, più o meno simbolista, degli sconvolgimenti sociali generati dalla modernità, tra cui l’apparizione di “cattivi” del tutto nuovi, per cui a mostri di fantasia sono preferiti individui sanguinari come Jack lo Squartatore, Peter Kürten o la stessa Elsa. Il messaggio è che, per quanto grottesca possa apparire la rappresentazione di Elsa, “condottieri” come lei sono sempre esistiti e sempre esisteranno, di qualsiasi colore politico: l’orrore è dietro l’angolo, e ogni potente, che sia più o meno manovrato, è sempre pronto a mietere centinaia di vittime in nome di ideali che non ha compreso. La condottiera Elsa sarà apprezzato dai lettori propensi a sospendere l’incredulità, colmo com’è di calembour, ma questi lettori saranno ripagati da un’avventura allucinata e sorniona quanto spaventosa nella sua plausibilità; è un romanzo amato da Céline, che cita nel Voyage e ne loda l’autore nelle Bagatelle. Ex soldato, reporter nella Germania occupata, Mac Orlan (1882-1970) può essere associato a Cendrars e Malraux, o allo stesso Céline, per l’interesse a raccontare gli scontri tra popoli e le guerre mondiali; nonostante abbia conosciuto il successo in vita, da noi è stato tradotto soltanto a partire dal 2006, per cui è presto per ricostruirne il profilo; la sua prolificità, però, è proporzionale alla nostra curiosità.