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La confraternita dei mancini

La confraternita dei mancini

1958, Oosterby. Il piccolo Marten Winckelstroop già a partire dal secondo giorno di scuola fa conoscenza con il cosiddetto “guanto di correzione”, una sorta di sacchetto imbottito di crine e senza dita che la maestra, la severissima signorina Bolster, utilizza per impedire agli alunni mancini di scrivere (anzi, di fare alcunché) con la mano sinistra. Marsten non è l’unico in classe a cui è stato imposto il guanto: lo deve portare anche un ragazzino con i capelli scuri che si chiama Rejmus Fiste, che per giunta è balbuziente. I due, che ben presto diventano ultimo e penultimo della classe, fanno comunella e – oltre che progettare terribili vendette contro “quella bastarda della Bolster” – fondano una sorta di club segreto, la Confraternita dei Mancini. Nel 1960 si unisce a loro Kuno Blavatsky, un ripetente figlio di un regista cinematografico e di un’attrice e alla fine di maggio dell’anno successivo la signorina Bolster muore in circostanze poco chiare, cadendo dalle scale in piena notte. I membri della Confraternita dei Mancini festeggiano sobriamente con sidro, biscotti alla cannella e tre sigarette. E iniziano a fantasticare sul possibile ingresso nel gruppo delle prime donne, perché alla scuola di Oosterby sono arrivate due nuove, le gemelle Behrens. Carinissime, e mancine… 2012. L’ex commissario Van Veeteren tra qualche settimana compirà settantacinque anni e con la sua compagna Ulrike ha progettato un viaggio lontano da tutto e da tutti. Sono passati ormai dieci anni da quando ha dato il suo ultimo contributo alla soluzione di un caso e ora gestisce – ma con molta elasticità negli orari, senza stress – una libreria antiquaria che si chiama Krantzes, come il suo defunto proprietario. Un pomeriggio piovoso passa a trovarlo là un suo ex collega, il Sovrintendente Münster. Vuole parlargli di un vecchio caso, datato 1991. Ricorda? In una pensione nei dintorni di Oosterby era scoppiato un incendio che aveva causato quattro morti e quasi subito si era capito che si trattava di un incendio doloso, di un omicidio plurimo. Le quattro vittime erano là per una rimpatriata tra vecchi membri di una sorta di club studentesco, la Confraternita dei Mancini. Il quinto membro invitato, tale Qvintus Maasenegger, aveva fatto perdere le sue tracce e quindi era come se avesse firmato una dichiarazione di colpevolezza. Van Veeteren ricorda perfettamente, sì. Bene, c’è una grossa novità. È stato trovato per puro caso in un bosco vicino a dove sorgeva la pensione nel 1991 un cadavere. Era lì proprio da quel giorno. È il cadavere di Qvintus Maasenegger, ucciso con un violento colpo alla testa poco dopo l’incendio. Non è stato lui quindi, o al massimo non solo lui. Morale della favola, hanno lasciato impunito un assassino da ventuno anni… 1991. La mattina del suo compleanno – compie quarantatre anni ma ne dimostra almeno dieci di più, gonfio e flaccido – Qvintus Maasenegger riceve una busta senza mittente: contiene un invito scritto in maniera pomposa ma un po’ inquietante. Il 28 settembre, a quanto pare, alla pensione Olly di Oosterby, si riunirà dopo tantissimi anni la Confraternita dei Mancini. Quegli svitati del cazzo. “Se sceglierai di non presentarti te ne pentirai, questo ci azzardiamo a prometterlo”. La lettera fa precipitare Qvintus nei ricordi. E non sono per niente bei ricordi. Le gemelle. La bambina. I soldi. Dopo ventidue anni sperava di essersi lasciato alle spalle quella brutta storia per sempre…

Sono passati molti anni dall’uscita dell’ultimo noir con protagonista l’ineffabile commissario Van Veeteren, e anche la saga dell’ispettore Barbarotti è finita da un po’: nulla lasciava quindi presagire che Håkan Nesser volesse non solo tornare su uno dei suoi due personaggi seriali o su entrambi, ma che addirittura avesse in serbo per i lettori un team-up. Lo scrittore ha spiegato in un’intervista: “Come tutti sanno, ho smesso di scrivere su Van Veeteren nel 2003 e su Barbarotti nel 2012. Molti dei miei lettori, in particolare in Germania, dove i miei libri vendono molto bene e sono molto popolare, mi hanno chiesto, quando avrei scritto il prossimo libro su Barbarotti. Ho risposto No, mai più, ho già detto tutto su questi personaggi! Questo è stato il mio pensiero per anni. In seguito, ho cominciato a pensare che magari potevo scrivere di Van Veeteren ancora per una volta e fare un altro libro su Barbarotti, perché no? Ma avevo bisogno di una storia che funzionasse, per farlo davvero”. E una storia che funziona c’è, senza dubbio. Vagamente ispirato al celebre racconto di Arthur Conan Doyle della saga di Sherlock Holmes intitolato La Lega dei Capelli Rossi, questo inquietante thriller procede su tre linee temporali alternate e – malgrado il lettore per questo ne sappia più degli investigatori – il mistero e la suspence sono blindati, il plot è sufficientemente sinistro, i personaggi sono credibili.