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La consuetudine del buio

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L’ha sempre aspettata Eve Taggert, la catastrofe. L’ha aspettata fin dall’istante in cui sua figlia Junie è nata. Non è servito cercare di prevedere ogni singolo problema potesse colpirle, per non essere colte impreparate. Alla fine è arrivata comunque, la tragedia, e mai Eve avrebbe pensato che sua figlia potesse finire con la gola tagliata nel parco in cui giocava da piccola. E tutto questo è colpa sua, di sicuro, è colpa del suo passato, della sua famiglia, di quella città. È colpa sua che non è riuscita a proteggerla. È ciò che si merita adesso, dover scegliere di cremarla, in quale urna conservarne le ceneri e di non celebrare il funerale. Su quest’ultimo punto Cal, suo fratello, non è d’accordo. Il funerale serve alle persone per dire addio, celebrare la vita di Junie. Ma Junie non avuto una vita, ha vissuto solo dodici anni e Eve aspetta di conoscere il colpevole per lasciarla andare. Aspetta di conoscere l’uomo o la donna che ha deciso di porre fine alla breve vita della sua bambina prima di salutarla. Vuole avere almeno la consapevolezza che chi l’ha uccisa non sia più a piede libero, convinto di averla fatta franca, prima che il passare dei giorni la porti sempre più lontana da lei, prima di arrivare ad aver vissuto più a lungo senza di lei che con lei. Ma Eve non è altro che una trentenne con il diploma delle superiori e una figlia morta. Non un detective, non un poliziotto, solo una donna mossa dal dolore e dalle parole di sua madre: “Trovalo, Eve. Chiunque sia stato. Trovalo e fagliela pagare”…

Una madre che decide di dare un volto all’assassino di sua figlia, il dolore furente della perdita che riesce a ribaltare le sorti di una vita intera, Amy Engel con La consuetudine del buio gioca con la sofferenza e scrive un thriller psicologico inatteso e forte, un romanzo dalle tinte noir che mescola la miseria della povertà, delle dipendenze, della mancata istruzione con la voglia bruciante di un futuro diverso e migliore, irrealizzabile ed autodistruttivo. L’autrice bilancia perfettamente il background dei personaggi con la loro psicologia e costruisce una trama fondata su rigorosi rapporti di logica che vengono però bruscamente abbandonati nel colpo di scena finale, inaspettatamente struggente anche se non proprio dominato dal raziocinio. Questo non toglie nulla infatti ad un finale meritevole, capace di dare un grande scossone emotivo ad un romanzo che - sebbene godibile nel complesso - rimane sempre troppo superficiale, troppo impersonale per l’argomento trattato. La scelta di narrare in prima persona risulta azzardata e il dolore impetuoso e irrimediabile che accompagna la perdita di una figlia non arriva ad assere pienamente percepito quasi fino alla conclusione. Solo nell’utimissima parte riesce a trovare finalmente la giusta espressione, rovesciando lungo le pagine finali il massiccio carico emotivo trattenuto fino a quel punto.