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La coppa d’oro

La coppa d'oro

Londra all’alba del Novecento, in un pomeriggio d’agosto. Amerigo è un giovane nobile originario di Roma. Bello, galante, dai modi raffinati ma implacabile seduttore, sa nascondere la sua natura decadente e sensuale sotto un’apparenza di cortese riservatezza. Ama la capitale inglese perché riconosce in Londra la natura di città imperiale che nell’antichità è appartenuta alla sua natìa Città Eterna, la considera insomma l’unica vera erede di Roma, del suo fascino, della sua grandezza e del suo potere. Sono sei mesi che va dietro a una donna, l’ennesima, e “la cattura aveva coronato l’inseguimento. Oppure, come avrebbe anche potuto dire, il successo era stato la ricompensa della virtù”. Si sposerà presto infatti, mancano pochi giorni ormai. Il dado è tratto. E quella sera stessa, alle otto e mezzo, ha appuntamento per cena proprio con la sua promessa sposa: Maggie Verver, la bella figlia di un ricchissimo mercante d’arte americano. I legali londinesi di Adam Verver faticosamente hanno nei giorni precedenti raggiunto un accordo economico per il matrimonio con Calderoni, l’uomo che si occupa delle finanze traballanti del principe Amerigo, fatto arrivare appositamente da Roma. A cena con Maggie, la conversazione si sposta ben presto su uno dei temi preferiti da Amerigo: gli americani e il loro inguaribile, incredibile romanticismo. Certo che sono romantici, conferma Maggie: “È proprio questo che rende tutto così bello per noi. (…) Il mondo, questo mondo così bello… o tutto ciò che in esso è bello”. Amerigo la guarda parlare e pensa che “di questo mondo così bello, ella gli era apparsa una delle bellezze, una delle bellezze più eccelse”. Maggie gli sta spiegando per l’ennesima volta che suo padre Adam ha un progetto molto ambizioso, da vero sognatore: costruire un grande museo d’arte ad American City, la città dove lui ha cominciato a lavorare, tanti anni prima. Egli – afferma la figlia – sente che in fondo è per realizzare questo sogno che ha accumulato opere d’arte per anni, non solo per i soldi. Anche Amerigo in un certo senso è un elemento della collezione di Adam, per questo gli ha lasciato conquistare la sua adorata figlia: “Sei una rarità, un bell’oggetto, un oggetto di valore. Non sarai forse assolutamente unico, ma sei così singolare e notevole che come te ce ne sono molto pochi; appartieni a una classe di cui si sa tutto. Sei qual che si dice un morceau de musée”…

A turbare i preparativi di matrimonio dei bellissimi Amerigo e Maggie sarà la ineludibile vocazione da seduttore del giovane uomo e un destino a dir poco beffardo: infatti una delle migliori amiche della sposa è l’ambiziosa e capricciosa Charlotte Stant, che finisce per far innamorare il vedovo Adam, che nonostante la differenza d’età la prende in moglie. Il problema non è soltanto che per la ragazza si tratta palesemente di un matrimonio d’interesse, ma anche che Charlotte è – particolare che Maggie e suo padre ignorano – una ex di Amerigo, e quindi nel giro di poco tempo i due matrimoni si intrecciano in modo assai pericoloso, rischiando la catastrofe. Una trama degna di una soap opera, ma La coppa d’oro è ben altro. Mentre scriveva il romanzo, Henry James pensava (o almeno così disse al suo agente e all’editore) di star lavorando al miglior libro che avesse mai fatto: tredici mesi di scrittura per “200.000 parole di rarissima perfezione”. Durante la correzione delle bozze scrisse: “È in modo superlativo, secondo me, il più lavorato dei miei prodotti – il più composto e costruito e completo e ha dimostrato, per molti mesi, mentre si componeva passo passo, di essere dotato di vita logica, una trappola artistica fin troppo profonda”. Deluso dalla critica letteraria, a suo dire troppo tiepida nei confronti de La coppa d’oro, scrisse per un’edizione successiva del romanzo una lunghissima, elegante, contorta e soprattutto piccata Introduzione il cui senso potrebbe essere (seppure un pochino brutalmente) così sintetizzato: “Non avete capito la profondità del mio romanzo e ora ve la spiego io”. Oggi viene considerato uno dei primi esempi del Modernismo novecentesco: James penetra a fondo nella psiche dei suoi personaggi, dettagliando i loro processi mentali fino allo sfinimento. Il titolo del romanzo deriva da un verso della Bibbia, quando in Ecclesiaste 12 si legge “(…) prima che il cordone d’argento si spezzi, la coppa d’oro si infranga, la giara si frantumi alla fonte e la carrucola del pozzo si rompa”, dove la coppa d’oro è metafora di una realtà bellissima e ricca che come tutte le cose è destinata alla decadenza e alla distruzione. Ma è anche un oggetto concreto che ha un ruolo nella trama (un regalo di nozze difettoso) e una metafora del sesso femminile. Dorothea Krook ha definito questo libro “il più ambizioso poema di James” e lo ha paragonato a un dramma greco classico per la “rigida economia della dramatis personae (…) e l’intensa semplicità e unicità dell’azione”. Viola Papetti nella sua prefazione a questa edizione BUR Rizzoli ne parla come del romanzo più mondano e abissale di Henry James: “C’è infatti molto di felicemente, paradisiacamente assunto e taciuto nei lunghi silenzi, negli sguardi intensi, nei delicati ma impavidi interrogativi che condizionano i dialoghi de La coppa d’oro; di pacatamente sensuale nella prontezza dell’occhio a farsi strumento, punta, della narrazione”. Nel 2000 James Ivory ne ha tratto un film dall’eleganza impeccabile con Uma Thurman, Nick Nolte, Kate Beckinsale e Anjelica Huston. È un libro assai complesso malgrado l’apparente leggerezza della trama, che in quasi 700 pagine seduce e sfianca, incanta e confonde, affascina e annoia.