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La corona del potere

La corona del potere

1494, castello di Squillace. Cesare Borgia – malgrado fra rendite e prebende guadagni quarantamila ducati l’anno e viva come un principe – freme di rabbia: non solo suo fratello Giovanni è stato destinato dal padre alla carriera militare che lui avrebbe sognato mentre invece lui è stato avviato ad un cardinalato che non gli è mai interessato (nonostante si guardi bene dal rispettare il voto di castità, ovviamente), ma ora l’altro fratello Goffredo ha sposato la strepitosa Sancia d’Aragona. “(…) Capelli neri come il manto della notte, gli occhi allungati e profondi, (…) le labbra rosse, un vero fiore di carne” e per di più si mormora che sia un’amante dissoluta: Cesare la desidera ardentemente e oggi gli si presenta un’occasione da non lasciarsi sfuggire. A pranzo suo fratello Goffredo si è ubriacato senza ritegno e ora Sancia – che durante il pasto ha fatto oggetto Cesare di sguardi eloquenti – lo attende nella sua camera da letto… Nello stesso momento a Milano anche Ludovico Sforza detto il Moro sta pensando a Sancia d’Aragona, ma in termini del tutto diversi: l’unione tra gli odiati Borgia che hanno messo le mani sul Papato e la Spagna sta consolidando una potente, pericolosa alleanza. E al contempo il matrimonio tra Giovanni Sforza, nipote di Ludovico, e la bella e spregiudicata Lucrezia Borgia fa acqua da tutte le parti. Il giovane addirittura è scappato dalla corte papale lasciando la moglie in balia delle perversioni del padre per rifugiarsi nella quiete della propria rocca a Pesaro. Peggio ancora Ludovico sa benissimo che sua cognata Isabella, figlia del Re d’Aragona e moglie di Gian Galeazzo, lo odia con tutto il cuore e vuole che il Moro ceda il suo potere, si faccia da parte prima possibile e ad ogni costo. Dubbi quindi non ce ne sono: spagnoli e Borgia sono suoi nemici. I Medici a Firenze corrono da soli, Ferrara è debole e Venezia “come sempre (…) è un enigma”. Una situazione fragile, pronta a sbriciolarsi se l’Italia dovesse subire un attacco. E secondo l’astrologo di corte, l’ineffabile Ambrogio da Rosate, questa eventualità è assai concreta: ha sognato un Leviatano che “emergeva dal mare ribollente e distruggeva con i propri tentacoli Milano e poi, via via, Venezia, Ferrara, Firenze fino ad arrivare a Roma. Divorava uomini e donne e portava con sé il tormento. Infine anche Napoli, ultima meta del viaggio, cadeva sotto il suo indicibile potere”. Quel Leviatano esiste, non è soltanto un brutto sogno. Quel Leviatano è Carlo VIII, re di Francia…

Matteo Strukul, parliamoci chiaro, è – tra i pochi scrittori italiani che si dedicano senza snobismi, o peggio incomprensibili pudori, a questo genere – l’unico degno erede della grande tradizione del romanzo d’appendice, del feuilleton, del romanzo avventuroso del XIX secolo. Ma non è per questo un reduce, un nostalgico: nella sua letteratura non c’è nulla di malinconico o anacronistico. C’è anzi il gusto per il racconto, per le emozioni forti, per la scrittura. Una vocazione per la fabula che lo porta a sfornare romanzi a ritmi supersonici, come i veri professionisti d’oltreoceano che tanto fanno arricciare il naso ai soloni dell’ambiente letterario nostrano. In questo La corona del potere, secondo volume della Saga delle sette dinastie, che racconta il complesso mosaico politico dell’Italia rinascimentale e ci racconta anche le guerre, gli intrighi e i tradimenti delle famiglie Visconti e Sforza a Milano, Condulmer a Venezia, Estensi a Ferrara, Colonna e Borgia a Roma, Aragonesi a Napoli. È il turno della cosiddetta “prima guerra italiana” (1494-1495), scoppiata quando dalla Francia Carlo VIII mosse verso l’Italia il 3 settembre 1494 con un esercito di circa 30.000 effettivi, dei quali 5.000 erano mercenari svizzeri, dotato di un’artiglieria moderna che nessuno dei regni italici aveva la forza di contrastare. Un conflitto breve ma sanguinoso, che segnò un capitolo importante nella storia del nostro Paese sia dal punto di vista politico – con lo scontro tra Francia e Spagna per il dominio dell’Italia dilaniata da lotte intestine, il tramonto dei Medici e l’avvento di Savonarola, la centralità di Ludovico il Moro – e anche sociale, perché proprio durante la campagna di Carlo VIII scoppiò a Napoli la prima epidemia conosciuta di sifilide. Il ritorno dell’esercito francese verso nord diffuse la malattia in tutta Italia, e alla fine in tutta Europa, motivo per il quale per secoli fu conosciuta come “mal francese”.