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La crisi colpisce anche di sabato

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Adriano ha freddo, in quella stagione che ad autunno ricorda ancora l’estate, ma già preannuncia l’inverno. Sul balcone di casa guarda fuori e gli sembra quasi di poter abbracciare il suo quartiere, il Testaccio, quel posto magico dove si riversa un mondo di persone ed affetti che gli permettono di andare avanti. Fa il postino, non se la passerebbe nemmeno tanto male se non fosse per il recente divorzio con la moglie, una sequela legale di dispetti e dispettucci. La casa l’ha dovuta riscattare, anche se molti mobili sono stati spostati nell’altro appartamento, quello della ex moglie. A lui resta il condominio, resta il quartiere, resta il freddo. C’è poi una ressa di figure differenti, variopinte e vitali, tutte ugualmente assorte in quell’arte di sopravvivere che è ormai diventato un vivere diverso. Adriano ha freddo e poche speranze, soltanto tanta normalità, tanta quotidianità: Testaccio è il suo quartiere e il suo condominio diventa Roma, diventa la vita, la sua vita. Adriano ha poche speranze, giusto la sua riservatezza e quel nome appuntato fra le cose da non dimenticare, il contatto di una prostituta, che diventa il momento più intimo della sua esistenza, diventa un momento di interiorità senza uguali. C’è crisi, grande crisi, ma è sabato: e la crisi ormai non ha più rispetto, arriva anche di sabato. Adriano ha freddo, ma non per questo rinuncia ad una capatina sul balcone, per vedere la sua Testaccio…

Nonostante il nome francese, Christophe Palomar, francese alsaziano di madre spagnola e padre italiano, cresciuto a Tunisi, è ormai frequentatore fisso dell’idioma italico, ma con quest’ultimo romanzo si pone all’attenzione dei lettori anche per le sue sottili doti di commentatore politico e sociale. Il suo è un romanzo corale, fatto però da individui diversi, fatto da diverse individualità che hanno tutte cittadinanza in un universo di storie che si intrecciano e si richiamano senza sovrapposizioni, definendo una terra sconfinata, quella della crisi politica, generazionale, sociale e culturale che ci avvolge a varie latitudini: dal microcosmo di Testaccio, fino a Milano; dal lavoro precario al libero professionista; dal divorziato alla madre in carriera. La coniugazione delle due parole chiave, crisi e sabato, incorniciate nello stesso titolo, delimita e rafforza l’umanità dei personaggi, non solo di quelli principali, o meglio direi portanti, ma soprattutto degli sconosciuti che aiutano a focalizzare, a volte per difetto, altre per eccesso, il sentire di ogni singolo attore. Non c’è il rischio di rimanere assorbiti nelle storie parallele, perché la dimensione del racconto è ciclica; le forze in gioco si bilanciano perfettamente e contribuiscono tutte insieme a rendere. Perché è proprio l’ironia, amara e spietata, con cui snocciola e commenta le sue storie la cifra stilistica che tiene incollato il lettore alla sua narrazione, un viaggio senza meta e senza fine, comunque accompagnato da un senso di speranza.