Salta al contenuto principale

La cura dello sguardo

Il poeta si cura con la scrittura, e scrive dopo aver osservato. Tende a rimandare la visita cardiologica di routine dopo una certa età e indaga i mali invisibili. Guarda i volti degli altri e riconosce i depressi, gli scontenti, i solitari, gli amori non corrisposti. E gli incompresi di tutte le età, dai bimbi sui banchi di scuola ai “poveri adulti”. Il poeta accorre quando si attraversa una crisi o un fallimento e individua la causa nei sintomi che in pochi hanno il coraggio di dichiarare a uno specialista, primo fra tutti la solitudine. Se il male di ciascuno è la mancanza di comunità, come guarire in tempo di isolamento per pandemia globale? “Nessuno si ammala davvero quando ha voglia di parlare a qualcuno o se qualcuno ha voglia di parlare con lui”. Un virus ci ha costretto a guardare dentro noi stessi, nell’ammalarci e nella paura di morire, nella speranza di guarire. Nel frattempo, “si sente nell’aria questa penuria di slanci, si sente nelle parole che ci scambiamo, questa mancanza d’aria. Bisogna ripartire, ci ripete l’agenda ufficiale. Ma riattivare le fabbriche serve a poco se non riattiviamo il desiderio. La vita è un incrocio di abitudine e avventura. La vita quotidiana è gradevole se contiene una vigilia, la speranza di un bacio”. In un Paese che era già in via d’estinzione, in frammentazione, il poeta ci avverte: apparteniamo a una specie stanca, superata, finita. Saranno dunque preziosi i consigli, realisti eppur sentimentali, di “ammalarsi poco”: la cura comprende le passeggiate, i viaggi che non portano nei luoghi dove si recano tutti, il rimedio è infondere poesia in ogni gesto e momento (prima del calcio di rigore, prima del consiglio dei ministri), scrivere scrivere scrivere…

In una breve sintesi della sua biografia, Arminio scrive di essere stato preda di un attacco di panico (nel 1986, sulla sedia del barbiere) e di aver convissuto, da allora, con un intreccio di ansia e di scrittura: “scrivo a oltranza perché ogni giorno c’è un guasto da riparare, sono la vittima e il miglior custode della mia nevrosi”. E davvero scrive e pubblica ogni giorno versi e pensieri, arrivando a decine di migliaia di persone attraverso Facebook e Instagram, come sulle pagine di quotidiani e riviste. Sue riflessioni hanno accompagnato i lettori anche durante la quarantena primaverile, nella prima ondata del coronavirus: i pensieri che il poeta ha rivolto ai confinati in casa e ai ricoverati nei reparti Covid non si sono affievoliti con l’affievolirsi dei contagi. Oggi hanno una direzione in più e sono rivolti anche alle vittime, in quei funerali a numero chiuso e senza le condoglianze in un abbraccio. La cura dello sguardo è “La nuova farmacia poetica” - come da sottotitolo - di Franco Arminio. Non esattamente un’antologia di versi: raccoglie scritti e poesie e descrive pienamente l’oggi in modi diversi. Del resto, quanto è complicato essere consapevoli degli eventi enormi che il 2020 ha riservato agli esseri umani? Non solo riflessioni, ma anche rimedi, dove la poesia si fa senso civico. Uno su tutti; ricreare e coltivare la comunità e il senso della comunità. Per riappropriarsi di tutta la vita, oltre la solitudine e il dolore: e dunque Arminio scrive di errori, di sesso e di cuore, di luoghi del cuore. Temi che compaiono in rapidi aforismi e in reportage letterari nei luoghi delle tragedie nazionali (i paesi terremotati e transennati, i ponti crollati, le zone industriali avvelenate). Attraversati con la cura dello sguardo. “Io guardo ogni cosa come se fosse bella. E se non lo è vuol dire che devo guardare meglio”. Sarà per questo che in un libro di poesia, il capitolo “Autocertificazione” può serenamente stare accanto a “I miracoli”.