Salta al contenuto principale

La Danza del Bifolco

La Danza del Bifolco

Strega alata e cannibale, profetessa, iettatrice, “venditrice di sogni, chimere o speranze zoppicanti”. Niente di tutto ciò è Tshiamuena, che le malelingue tentano senza alcuna dignità di demolire. “Scoppiavamo in lacrime non appena attaccavamo bottone con lei”, dicono di Tshiamuena gli zairesi, “[...] non era semplicemente la memoria dell’Angola. Lei era l’Angola. L’altra Angola. L’Angola delle miniere, dei soldi, dei diamanti, delle frane, del fiume diamantifero di Kwango; l’Angola che ogni uomo – innamorato o meno dei soldi – sogna almeno una volta nella vita”. Narratrice impareggiabile, informata di ogni minimo intrallazzo, Madonna “di gloriosa memoria”, ambasciatrice e tramite supremo tra gli scavatori e i ribelli che controllano le concessioni minerarie a Lunda Norte. E ancora liberatrice di prigionieri, benefattrice dei più bisognosi… Lubumbashi, Zaire. Molakisi se l’è svignata di casa senza dire nulla e ha lasciato la famiglia Mobokoli nel disordine. Senza colpa si dichiara il padre, Tata Mobokoli, per la scelta del cocciuto figlio di entrare a far parte della “razza dei proscritti e dei diseredati” dei marmocchi di strada – lo stesso figlio apostrofato come “bombola a gas, protozoo, cacasotto dalla testa a siluro”. Sbandate le sorelle; intenta Mama Mobokoli a boicottare le sue abitudini di digiuno e preghiera. Disinteressati i fratelli minori, che ne approfittano per cacciare Sanza, amico di Molakisi che da qualche tempo vive con la famiglia Mobokoli. Ecco dunque Sanza per le vie di Lubumbashi. Oltrepassa la ferrovia e si dirige verso il Centro, che accoglie i ragazzi di strada “nell’attesa di trovarsi un mestiere [...] di salire sul primo treno per Mbuji Mayi o di finire in una miniera come palombari o setacciatori”. Dormirà davanti alle Poste. La notte avanza mentre il Centro si svuota. Risa e chiacchiere della gente che torna al Sobborgo prima che faccia buio. “Suoni di clacson nella notte africana”...

Una rumba irresistibile suona al locale chiamato ‘Mambo della festa’ e coinvolge tutti in una danza sfrenata e travolgente: “si balla per celebrare la vita, saldare il conto con la disperazione”. Non sempre facili da seguire, e tuttavia estremamente affascinanti, queste pagine piene di arguto umorismo, “scritte di notte, cullate dal jazz sudafricano”, che proprio all’improvvisazione jazz sono state avvicinate per espressività e ritmo. Fiston Mwanza Mujila – nato a Lubumbashi nel 1981, dal 2009 vive a Graz, in Austria, dove insegna Letteratura africana – è poeta, scrittore e drammaturgo prolifico. Finalista al Man Booker International Prize nel 2016 con l’apprezzato esordio Tram 83, realizza in questo suo secondo romanzo un vibrante e polifonico affresco che ci porta in Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo) a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, con la dittatura cleptocrate di Mobutu Sese Seko, durata quasi tre decenni (anni, racconta l’autore nella Nota finale, “pieni di utopie, sogni, ossessioni e altri desideri incontrollati di ascesa sociale, ricerca dell’arricchimento facile e profanazione dei luoghi di potere”), la guerra civile in Angola, le corse alla “pietra” nelle miniere di diamanti di Lunda Norte, vite che s’intrecciano in un paradosso di miseria e irriducibile euforia per le strade di Lubumbashi. La narrazione procede per brevi e brevissimi capitoli. Vita ordinaria e tensioni politiche, contraddizioni sociali, postcolonialismo e memoria storica, tutto si mescola e si rimescola senza sosta. Meraviglioso su tutti il personaggio di Tshiamuena, “la Madonna delle miniere di Cafunfo”, profetessa bicentenaria dalle molte vite. Vividi Sanza, Ngungi, Molakisi e gli altri bambini di strada, sogni di alcol e colla e soldi e infinite possibilità. È soprattutto lo stile di Mujila, visionario e ritmato, a dare coerenza al tutto, a incantare e trascinare il lettore tra eccessi, corruzione e violenza, triste poesia e speranza. Tripudio di birre tagliate e corpi in movimento “al ritmo dello Zaire”. La vorticosa danza non si può fermare.