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La via dell’austerità

La via dell’austerità
Roma, Teatro Eliseo, 15 gennaio 1977. Enrico Berlinguer tiene le conclusioni al convegno degli intellettuali. Con loro ha discusso di quale modello di società democratica e sviluppata bisogna elaborare, per far uscire l’Italia dalla difficile recessione in cui è piombata, causata da un forte corso inflazionistico determinato dall’aumento del prezzo del petrolio. A suo giudizio la strada da percorrere è quella dell’austerità, vista non tanto come soluzione economica ma come scelta etica. Se il sistema capitalistico crede keynesianamente di poter risolvere la crisi attraverso l’innalzamento dei consumi e un giro di vite nei confronti della classe operaia, il segretario del Pci pensa che si debba “inventare qualcosa di nuovo che stia, però, sotto la pelle della storia”. Il rinnovamento sociale passa, come si è detto, dall’austerità come mezzo per superare gli sprechi e gli sperperi generati dalla politica democristiana, così come l’ideologia individualista che la contraddistingue. Essa “significa rigore, efficienza, serietà e giustizia”. Rappresenta l’opportunità per dare vita ad una sistema  a tutti gli effetti democratico, costruito sull’uguaglianza e sulla valorizzazione della persona. I comunisti devono battersi per la realizzazione dell’austerità, che è la forma indispensabile al cambiamento e ad uno sviluppo equo. È quanto dice a Milano a fine gennaio agli operai comunisti convocati in assemblea. A loro ricorda i recenti successi ottenuti dal partito, come la difesa della scala mobile, ma anche l’esigenza di un’impostazione di lotta unitaria che sappia coinvolgere, oltre le forze socialiste, anche quelle cattoliche. Una sfida sicuramente non semplice…
Nell’introduzione a La via dell’austerità Salvatore Mannuzzu si chiede provocatoriamente se si debba dimenticare Enrico Berlinguer. Si tratta di una domanda retorica. Non solo non si dovrebbe dimenticarlo, bisognerebbe, cosa più importante, recuperare il suo pensiero. Negli ultimi anni il leader comunista è sì assurto ad icona della sinistra italiana, ma si è evitato spesso di porre al centro del dibattito politico la sua dottrina. Lo fanno, con un’operazione semplice ed intelligente, le Edizioni dell’Asino, proponendo due discorsi tenuti nel gennaio 1977 dall’allora segretario del Pci, il primo a Roma agli intellettuali, il secondo a Milano agli operai comunisti lombardi. Ciò che colpisce nei due interventi è la modernità metodologica nell’affrontare la realtà, letta con una lucidità analitica molto profonda. La crisi, a detta di Berliguer, può diventare l’occasione per edificare una struttura sociale nuova in grado finalmente di rispondere ai bisogni della gente. È vero che parla della crisi del 1976-77, ma sembra parlarci di quella attuale. Quando sostiene la necessità di uno sviluppo eco-sostenibile è piuttosto vicino alle tesi dei no global. Così come quando è assolutamente persuaso della creazione di un ampio movimento che abbracci tutte le forze vive della società italiana, comprese quelle cattoliche, si mostra anticipatore della filosofia riformista della seconda Repubblica, in modo particolare della linea programmatica del Pd. La via dell’austerità va oltre la funzione di testimonianza storica, diventa strumento di interpretazione dell’oggi, purtroppo non preso nella dovuta considerazione come ha recentemente denunciato l’economista Andrea Segrè nel suo pamphlet Economia a colori. In queste poche pagine emerge una visione alta della politica, intesa come posizione etica nei confronti del cittadino. Guardando la decadenza della nostra classe di governanti, dediti più al tornaconto personale che non al mero esercizio del servizio, Enrico Berlinguer ci manca e non poco.