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La diagonale Alechin

La diagonale Alechin

Seduto in quel bar di Lisbona, Aleksandr Alechin divora un pasto, naturalmente a base di baccalà, con il suo fido amico Francisco Lupi, trangugiando alcol e parole: si discute di Salazar, della dittatura, del Portogallo, ma anche delle grandi battaglie, dei francesi e dei tedeschi e di Napoleone. Ecco, il mondo rientra tutto in una scacchiera di 64 caselle, neri e bianchi alternati, capaci di disegnare strategie oscure ai più. Lo scontro fra due popoli, fra due eserciti, è già scritto in quella scacchiera: basta aprire con e4, e rispondere con Cc6. L’ansia di attaccare il centro, sottovalutando le virtù della difesa in contrattacco. Solo Alechin conosce le possibili sfumature di una strategia, la sottile differenza fra la visione di una vittoria e la vittoria. Da poco è diventato il campione del mondo e sa che adesso è il bersaglio di tutti quegli invidiosi che vorranno farlo cadere dal suo trono: il re è accerchiato. Ma non per questo è finito: lo hanno chiamato per prestare servizio nell’esercito francese, ma sa già che non è destinato alla disfatta della sua seconda patria. Il regime gli requisisce beni ed averi, ancora una volta è costretto a riparare altrove, deve abbandonare la Francia, come ha fatto con la Russia bolscevica, per permettere al suo genio di sopravvivere ed esprimersi. Lisbona-Parigi non è un viaggio di sola andata e quindi chiede di poter tornare a Lisbona, magari in un bell’albergo dove poter preparare la prossima sfida, quella finale, quella che gli consegnerà l’eternità. L’eroe stanco è pronto a tornare per il finale di partita...

Il romanzo di Arthur Larrue si inserisce in una tradizione ben definita di biografie romanzate di grandi giocatori di scacchi, analizzati e raccontati per i tic, le manie, le pulsioni e soprattutto l’umanità. Aleksandr Alechin è stato il primo vero cannibale della scacchiera: impegnato a distruggere l’avversario, ad annientarlo, a sopraffarlo, ma si presenta, nella narrazione di Larrue, come un eroe stanco della sua celebrità e del suo stato ieratico di combattente senza patria. Nella narrazione di Larrue ritornano a galla le nostalgie della Russia, che porta in viaggio con sé ogni volta che affronta un nuovo torneo: un vaso che percorre chilometri e miglia in nave, in treno, in carrozza. Alechin è il simbolo di un’umanità invincibile che volge al declino, soggiogato dalla sua stessa genialità: come Napoleone sarà sconfitto perché stancato dai nemici coalizzati per farlo perire, così Alechin sente la pesantezza del suo ruolo. È un uomo braccato dalla vita, accompagnato da una moglie indifferente alla sua personalità apparentemente di ghiaccio, un uomo che non ha una via di scampo, perché ovunque sono pronti a fermarlo e farlo cadere. Non è un romanzo epico, perché il personaggio descritto è un uomo decadente, uno sconfitto malinconico che prova a fare poeticamente i conti con una realtà troppo prosastica.