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La difesa di Lužin

La difesa di Lužin

San Pietroburgo, inizio Novecento. Lužin è un bambino riservato e impacciato, figlio di uno scrittore noto e dal carattere strabordante. Dopo i primi giochi d’infanzia – letture, puzzle e rompicapi – si avvicina agli scacchi. Con “il gioco degli dèi” è colpo di fulmine: si procura una scacchiera arrotolabile di tela cerata e chiede alla zia di essere iniziato alle mosse fondamentali, ruba lezioni da chiunque gli capiti a tiro. Benché il rapporto sempre più stretto, maniacale, fra Lužin e i pezzi bianchi e neri sia osteggiato dal padre, il ragazzino è chiaramente destinato a una carriera da enfant prodige e finalmente comincia a partecipare agli ambiti tornei, incontrando campioni sempre più forti in giro per l’Europa. Legge molto: dopo Il Conte di Montecristo, da piccolo divora le avventure di Jules Verne e i casi di Sherlock Holmes, ama anche Tolstoj ed evita la poesia e Dostoevskij temendo un “effetto deprimente”. Costretto in Svizzera durante la Grande Guerra, Lužin assiste lontano dal suo paese alla Rivoluzione d’Ottobre e agli sconvolgimenti politici seguenti. Nel frattempo, tenta di vivere la sua vita, cercando di emanciparsi dal genitore: si innamora, si tormenta, viaggia ancora, si sposa, e mai smette di giocare (e vincere) a scacchi. Proprio sulla scacchiera si consuma la sua deflagrazione psichica: esaurimento nervoso, ricoveri in clinica e, come terapia, una forzata separazione da cavalli, torri, re e regina. Frenare l’ossessione, la mania del gioco diventa arduo e assai pericoloso…

Lužin è “l’uomo più insondabile del mondo”, “goffo, sudicio, sgraziato, ma c’è qualche cosa in lui che trascende sia la grana spessa della sua pelle grigia sia la sterilità del genio recondito”; è capace di “risultare simpatico anche a chi di scacchi non capisce nulla e/o detesta tutti gli altri miei libri”. Così Nabokov illustra il protagonista di uno dei suoi primi romanzi, che cominciò a scrivere nel 1929 in una stazione termale dei Pirenei, dov’era a caccia di farfalle. La difesa di Lužin uscì a puntate su una rivista dell’immigrazione russa, sotto pseudonimo, per poi essere pubblicato in inglese ben trentacinque anni dopo. Narrare l’esistenza di un uomo intelligentissimo quanto fragile è l’occasione per Nabokov per sfiorare in letteratura riflessioni sul destino, sulla volontà, sull’ostinazione e, in fondo, anche sulla predestinazione. Niente di meglio di un tipico esemplare del binomio genio e sregolatezza, dunque, per rappresentare gli infiniti destini possibili di una scacchiera e dei sedici pezzi schierati. Lo stesso Nabokov si cimentò, non da professionista ma con passione, nel “gioco degli dèi”, gli si concede perciò anche uno sguardo divertito, beffardo sulla vita del povero Lužin. Del resto, Lužin è assonante con illusion – secondo quanto ammesso dall’autore. E la difesa è soltanto il nome di una variante del gioco, non della vita che, pagina dopo pagina, si palesa nella sua ineluttabilità. Nel suo vagare tra capitali e località europee, tentando di accomodarsi alle occasioni, rapito dall’ossessione scacchistica, Lužin imprigiona e disorienta il lettore, quasi assimilandosi al pezzo meno strategico della partita. Romanzo senza dialoghi, raffinatissimo e crudele, è un ottimo punto di partenza per avvicinarsi a Nabokov; non rappresentativo, tuttavia, di altri titoli che possono facilmente definirsi capolavori. Nel 2000 la regista olandese Marleen Gorris trasse (abbastanza liberamente) dal romanzo il film La partita - La difesa di Luzhin, interpretato da John Turturro ed Emily Watson.