La diga è, per definizione, un tentativo di separazione forzato. Ciò che naturalmente nasce per stare vicino, viene confinato dall’uomo in un nuovo spazio. La diga di Seyvoz non è diversa dalle altre: da una parte l’acqua, dall’altra il paese e le persone che lo abitano. Ma la natura non tende sempre a riprendersi il suo spazio, rispondendo solo alle proprie regole originarie? Ed è esattamente questo che è successo. Gli argini della diga si sono spezzati, obbligando gli abitanti ad evacuare immediatamente prima del disastro. In poco tempo, tutto a Seyvoz galleggia: umani, animali, campane. Tomi Motz è un ingegnere, mandato dalla sua azienda a fare un sopralluogo per valutare la situazione della diga e provare a rispondere alla domanda “come è successo?”. Tomi è pratico, sbrigativo e cerca di non lasciarsi coinvolgere da ciò che è capitato. Arriva con il suo taccuino vuoto, pronto a essere riempito di dati e nozioni. Ma basta poco tempo a Seyvoz e l’ingegnere viene travolto in una spirale che lo strascina sempre più in basso. A uno stato mentale di confusione, corrisponde anche una spossatezza fisica che lo debilita. Non basta rifocillarsi o idratarsi. È come se qualcosa lo stesse opprimendo. Anche nelle persone che incontra sembra esserci qualcosa di anomalo. Vagano come se fossero fantasmi, non si guardano negli occhi, se per caso si scontrano camminando ecco l’inizio di una litigata. E quando i toni si alzano, i rumori diventano assordanti. Come se loro fossero all’interno di un acquario in cui tutto rimbomba e, a un certo punto, un grosso dito cominciasse a bussare sul vetro. Che cosa succede alla diga di Seyvoz?

Maylis De Kerangal e Joy Sorman sono due acclamate autrici francesi che con La diga hanno avuto la loro prima esperienza nella scrittura di un libro a quattro mani. La storia, weird e distopica, è pregna in ogni particolare dell’anima della diga che le dà il titolo. Non solo, infatti, è la protagonista della vicenda, ciò che mette in moto gli eventi. Anche nello stile di scrittura si percepiscono due diverse “zone”: in nero, infatti, è stato stampato il momento presente, quello in cui l’ingegnere Tomi Motz arriva sul luogo per fare il sopralluogo. In blu, invece, i ricordi degli abitanti legati al momento della rottura dell’argine. E possiamo dire che anche nella scelta della scrittura a quattro mani c’è l’incontro di due mondi. In quest’ultimo caso, la rottura dell’argine ha sicuramente portato a qualcosa di positivo. Il romanzo non è solo infatti una distopia disturbante, né soltanto una riflessione dolente sul raccogliere i cocci di una vita dopo una tragedia simile. Ma è una profonda analisi sociale che critica i lati più corrotti del progresso tecnologico e del lavoro operaio. Le vite dei lavoratori perdono così tanto d’importanza da essere dimenticate, spazzate via come quelle di formiche. In questo la memoria gioco un ruolo chiave. Arrivando a Seyvoz, Tomi si accorge subito che qualcosa in lui sta cambiando e che la sua lucidità diventa via via più offuscata. È forse proprio la memoria che si sta plasmando? Un paese così piccolo e di poco conto è forse destinato ad essere dimenticato? Impossibile leggendolo non pensare alle atmosfere tipiche di David Lynch e non trovare nei personaggi delle somiglianze con i reietti incontrati tante volte nei romanzi di Stephen King. La diga è l’unione delle forze di due autrici che ha decisamente sortito l’effetto sperato.