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La distruzione della natura in Italia

La distruzione della natura in Italia

La prima “tipica storia all’italiana” in riferimento all’ambiente si svolge nel Parco de Gran Paradiso. Qui, nell’area naturalistica protetta per la prima volta in modo ufficiale, i confini non seguono i patrimoni di flora e fauna da preservare. Sono stati tracciati per compiacere i cacciatori. I bracconieri sparano mentre gironzolano comodamente in auto, oppure seduti in pantofole nelle capanne… In un’altra istituzione naturalistica del Bel Paese, il Parco Nazionale d’Abruzzo, sorge la “vergognosa caricatura di un villaggio turistico (…), un’invereconda accozzaglia di oltre un centinaio di ville ridicole, sguaiate, pretenziose”. Siamo a Pescasseroli, altresì nota come la patria di Benedetto Croce. Nei primi anni Sessanta la speculazione edilizia, sostenuta da certi politici, la ridusse in quel modo. Eppure, ribaltando lo sguardo, da quello scempio tuttora si può ammirare la Via Lattea… Nel 1962 il principe Agha Khan pose la prima pietra del suo regno occidentale, in Costa Smeralda, Sardegna. Arrivarono i nuovi barbari, i cosiddetti “operatori turistici” e si impose una nuova architettura che oggi definiremmo tipica dei non-luoghi. Quando la “valorizzazione turistica” non è altro che colonizzazione… Non poteva mancare la capitale del Bel Paese con il suo territorio a più alta concentrazione di patrimonio storico-archeologico-naturale, l’Appia Antica, la Regina delle Strade. Nel dopoguerra fu presa d’assalto da “enti religiosi, diplomatici, nuovi ricchi e gente del cinematografo”: resero il suo straordinario basolato un corridoio fra una villa e l’altra. Prima che la giustizia cominciasse a lavorare: sequestri, espropri e demolizioni. Oggi lì non si costruisce più e presto quel percorso con le sue tombe e gli scavi di terme e stadi diventerà Patrimonio Mondiale Unesco...

La parola “natura” compare ufficialmente per la prima volta in Italia nella Costituzione. Articolo 9, dove la Repubblica “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. I costituenti però non chiarirono il significato effettivo dell’ambiente per la collettività, le conseguenze sull’urbanistica, sulla salute pubblica, sulla sicurezza del suolo e anche sull’impiego del tempo libero. Per troppo tempo, il paesaggio è stato un panorama da ammirare, un concetto estetico e formalistico. E un territorio da strappare, un centimetro per volta, con il cemento, l’asfalto, la proprietà privata, i capannoni industriali, le coltivazioni intensive. Nel XXI secolo natura evoca invece scenari apocalittici, un misto di paura per il futuro determinato dai cambiamenti climatici e il presente devastato da quei danni che ora provocano frane, dissesti, alluvioni. Quarant’anni fa circa, c’è stata una voce che aveva previsto quasi tutto e aveva anche lottato per consegnare alla buona volontà degli esseri umani il bene (comune) più prezioso che c’è: un ambiente sano e amichevole con cui convivere. Si associa sempre la parola “profetico” ad Antonio Cederna, lasciando sfumare la forza e il pregio delle sue lotte. Archeologo, fondatore di Italia Nostra, giornalista, è autore degli scritti che Castelvecchi ripropone in un corposo volume. Si tratta di un’opera “tagliente come una spada”, scrive Tomaso Montanari nella prefazione, sognando un destino, per queste pagine, come testo scolastico. Non sarebbe affatto un’utopia, se la scuola volesse davvero insegnare educazione civica e diritto pubblico come si deve. Per chi la fortuna di passeggiare sull’Appia Antica, nel secondo decennio del terzo millennio, un consiglio: entrate nel Complesso di Capo di Bove e immergetevi nell’Archivio Antonio Cederna, sede confiscata alla speculazione edilizia e a disposizione di tutti per conoscere e amare l’ambiente italiano.