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La donna che uccideva le fate

La donna che uccideva le fate

Gioacchino Dicciòsu è stufo, secondo lui versare latte in tutta la Sardegna è inutile, non commuove i politici che dovrebbero interessarsi al problema e spreca le poche risorse che i pastori possiedono. Dichiara questo dopo l’ultima riunione a cui partecipa con scarso entusiasmo. Gonario Manizàre – colui che si occupa delle trattative per il prezzo del latte di pecora – insiste affinché combattano senza arrendersi, lo incita a non mollare. Gioacchino non ha più fiducia, anche aumentassero il prezzo a un euro al litro andrebbero comunque in perdita. Gonario dunque gli ricorda la grinta con cui in gioventù ha preso parte, appena diciottenne, alla rivolta pacifica di Pratobello, nel 1969, ma è inutile, il vecchio pastore ha perso giovinezza e speranza: “Schiavi eravamo allora e quello siamo rimasti. Sempre a dipendere dalle decisioni altrui”. Abbandonata la riunione, i compagni spettegolano su di lui, ma Manizàre lo difende e li zittisce. Negli ultimi mesi il pastore settantenne, eroe del passato, è diventato “strano”, ormai è inevitabile ascoltarlo mentre discute in pubblico su questioni come la sorte e la fortuna che determinano il destino di uomini e bestie. Nonostante la comunità sia abituata a ben altro, come gli sproloqui biblici di Gigetto Lollòi, detto “Il Protagora Di Telévras”. È un periodo di incertezze e preoccupazioni per il futuro questo: il prezzo del latte, il prezzo del vino, l’economia chiusa. Peppino Pisilentzia, una volta rimasti soli, conferma a Gonario che Gioacchino è andato a Narghilè a giocare ai gratta e vinci, ne compra in ogni bar, gioca al lotto e alle macchinette. Non è il solo a essere afflitto da ludopatia in paese, c’è chi si gioca la pensione, vanno altrove per restare anonimi e anche perché nell’unico bar di Telévras non ci sono macchinette ed è impossibile fare scommesse. Informazione che persino Gonario ignora e accoglie perplesso, tanto da avviare una discussione polemica su macchine, fabbriche, ritorno all’Ottocento…

Marcello Matteo Locci (Jerzu 1958), alias Gesuino Némus, vince nel 2015 il Premio Campiello Opera prima con La teologia del cinghiale, l’anno successivo pubblica l’opera I bambini sardi non piangono mai, avviando la sua carriera di romanziere e da allora i suoi libri hanno raggiunto la Francia, la Germania e il Canada. La donna che uccideva le fate è il suo sesto romanzo, ambientato nell’immaginario paesino ogliastrino di Telévras (927 abitanti), ricorrente nelle sue opere, e racconta le indagini relative all’omicidio di un vecchio pastore entrato in possesso di un discreto patrimonio che fa gola a molti. L’attenzione dei lettori è subito indirizzata verso la sorella dell’uomo, Elvira Dicciòsu, che ha scelto di farsi chiamare Dulchèsa Durèsa, internata in gioventù in manicomio e libera grazie alla legge Basaglia, con una drammatica storia alle spalle. A occuparsi delle indagini e della condizione di marginalità della donna è il maresciallo Ettore Tigàssu – pieno di idee e intuizioni, mai nessuna risolutiva – afflitto nel constatare che sono ben 16 gli omicidi avvenuti nella zona negli ultimi dieci anni. Un ulteriore contributo all’indagine arriva dal professor dottore Marco Vantini docente di Psicologia clinica a Lugano (medico che si ispira a un caro amico dell’autore), giunto in Sardegna per affari personali. Nel romanzo Némus – che viene citato anche come personaggio, sempre intento al mestiere di scrittore e come tale è presente anche ne La teologia del cinghiale – richiama alla memoria l’alluvione del 1951, inserisce riferimenti alla tradizione sarda delle janas, parla dello spopolamento dei piccoli centri e dell’iniziativa di vendere case a un euro per attirare nuovi produttivi abitanti (l’aspetto investigativo è subordinato a temi più cari all’autore, interessato a tessere la trama di un “romanzo antropologico”). La comunità di Telévras ruota e si anima intorno al bar di Samuele Baccanti, luogo in cui molti compaesani discutono dei fatti di cronaca ed esprimono le loro ipotesi contribuendo ad aggiungere dettagli sulla vita e le abitudini delle persone coinvolte, tra ludopatia, grandi bevute, esaltazioni filosofiche, pettegolezzi a cui la polizia attinge per completare il quadro investigativo. L’indagine di Tigàssu procede (o arranca) tra elucubrazioni e citazioni letterarie, con uno stile narrativo che punta sull’ironia – inclusa la resa caricaturale degli abitanti che popolano i piccoli centri urbani, inclini a bere a ogni ora del giorno e che, nel bene e nel male, si assomigliano tutti – fino a svelare un mistero o due.