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La donna di Willesden

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Estate 2019. Kilburn High Road, Brent, periferia nord di Londra. Un’autrice – pelle scura e un turbante in testa, un pc portatile aperto sul tavolino che ha di fronte – è seduta in un angolo del Colin Campbell, un piccolo pub nel quale, da un po’, c’è un gran movimento. Brent sarà, nel prossimo 2020, Municipio della Cultura della città di Londra e, da una parte all’altra di Kilburn High Road, si susseguono i festeggiamenti. Di solito il Campbell è un pub tranquillo, nel quale i soliti avventori – non troppi a dir la verità – si attardano ogni sera a bere nei loro abiti stazzonati, che avrebbero bisogno di una buona stirata. Oggi invece questi stessi uomini sono in buona compagnia: una folla agghindata in abiti multicolore cerca un posto in cui sedere. Si tratta di persone di ogni tipo: famiglie intere, coppiette innamorate che, tra un festeggiamento e l’altro, si guardano con gli occhi a cuore e sospirano; ci sono adolescenti, uomini e donne più eccentrici, che indossano costumi carnevaleschi. Lo staff si affanna a cercare un posto per tutti. Solo dopo una certa fatica, infatti, l’autrice realizza che ognuno ha il proprio posto, seduto intorno ai vari tavoli, e armeggia con sacchetti di patatine o contenitori di cibo portati direttamente da casa. In un angolo, poi, l’autrice nota un palcoscenico, sormontato da uno striscione in cui si inneggiano gli abitanti della zona a celebrare le storie di quartiere. Mentre la musica sovrasta il suono delle voci e la TV trasmette una partita di calcio, un ragazzo con i capelli rossi e una videocamera montata su un treppiedi davanti a sé è pronto a riprendere chi ha voglia di salire sul palco a raccontare, qualunque cosa abbia desiderio di condividere. Nessuno, però, sembra essere intenzionato a lanciarsi per primo. Tra le varie persone, l’autrice nota una donna piuttosto appariscente. Dimostra poco più di cinquant’anni, ride e scherza con tutti gli avventori, si avvicina ai gruppetti in cui qualche discussione pare essere in corso e cerca di quietare gli animi, passa le pinte di birra a chiunque fatichi a raggiungere il bancone. Si tratta di Alvita, la donna di Willesden…

Forte, astuta, coraggiosa, capace di dire le cose che di solito sono gli uomini a dire. La protagonista della prima opera teatrale di Zadie Smith – che vuole essere allo stesso tempo un tributo verso la comunità di Brent e verso un autore davvero importante per la letteratura inglese, Chaucer – è una donna piuttosto singolare. Dicevamo di Chaucer. Il testo di Smith è la riscrittura, in inglese moderno, di una delle ventiquattro novelle de I racconti di Canterbury. Così come nel XIV secolo Alyson è una donna insolente, nonché tanto spavalda da diventare scandalosa, che si vanta di aver sposato cinque mariti e di essere sopravvissuta a tutti, così Alvita, nel testo di Smith, ha avuto cinque mariti ma, nonostante ciascuno di essi, ha lottato per essere indipendente e ne ha pagato ogni singola fatica. Nel Medioevo le donne che si comportavano come Alyson spesso finivano al rogo, accusate di stregoneria, perché troppo diverse dai canoni dell’epoca, che volevano la figura femminile impiegata unicamente nel ruolo di moglie servizievole e madre amorevole. Alyson è invece una donna libera e lo stesso dicasi per la caraibica Alvita del Ventunesimo secolo: appariscente, incurante del giudizio altrui, intenzionata a dominare gli uomini e a non nasconderlo, si beffa di un sistema sociale che non riconosce come proprio, impegnato com’è a mantenere certi privilegi di classe, a enfatizzare le disuguaglianze e a tollerare come normale la corruzione e la violenza. Alvita è sboccata, eccessiva, padrona di sé stessa, libera di esprimere le proprie idee e di proclamare la propria libertà, di pensiero e d’azione. Un testo che si legge d’un fiato, coraggioso e sfacciato com’è tutta la produzione di Zadie Smith, di cui questo testo teatrale è un goloso assaggio.