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La fabbrica delle ragazze

La fabbrica delle ragazze

Bollate, 7 giugno 1918. La chiamano piscinìna, ma ormai è adulta, ha vent’anni e può pedalare, all’alba, per andare al lavoro nella fabbrica che produce bombe. Quel venerdì di inizio estate il padre la segue con lo sguardo dopo che zoppicando, l’ha accompagnata nel cortile, tenendo in una mano la sua bisaccia e nell’altra un moccolo acceso. La figlia non vuole, ma per il padre questa consuetudine è il modo più efficace per esprimere il profondo affetto che prova per quella figlia che è stata costretta ad andare a lavorare, per aiutarlo a portare due soldi in famiglia. Ma Emilia Minora vuole lavorare e ormai, a vent’anni, parecchie cose le sono chiare: sa che la guerra, anche se è combattuta lontano, ha conseguenze pesanti per tutti anche lì, al suo paese, dove di uomini ne sono rimasti pochi – tutti impegnati al fronte, a eccezione di quelli come suo padre, cui la guerra è stata risparmiata a causa di una brutta caduta da cavallo – e alle donne tocca fare le operaie alla fabbrica di munizioni Sutter & Thévenot di Castellazzo. Si tratta di un lavoro duro, certo, ma che è anche un servigio per i soldati al fronte, ed Emilia lo svolge senza lamentarsi. La notte ormai si è diradata ed Emilia spinge sui pedali, mentre la bisaccia con il pranzo le batte sulla schiena. Quando arriva all’entrata della fabbrica, frena con i talloni sulla terra, scende dalla bici ed entra insieme alle altre operaie. Come ogni mattina, il capomastro impartisce gli ordini, le donne cominciano a lavorare di buona lena e il mezzogiorno arriva veloce come un lampo. Emilia ripone granata e spazzolino, sbottona il colletto della camicia e insieme alle altre esce al sole. Il refettorio si trova al lato opposto del reparto. La giovane mangia ascoltando le colleghe e i pochi colleghi: Simioni, per esempio, si lamenta dei figli che non la lasciano dormire di notte. La campana annuncia la fine del pranzo e le ragazze tornano al lavoro. Emilia si siede sullo sgabello e, mentre la stanchezza comincia a farsi sentire, qualcuno attacca a cantare. Emilia sorride e si unisce al coro delle voci. Alle tredici e cinquanta il fuoco arriva insieme al boato e incendia tutto, mentre scaraventa i corpi insieme ai tavoli e agli strumenti di lavoro contro il tetto, che cola all’ingiù, come pioggia infuocata.…

Ilaria Rossetti – lodigiana, classe 1987 – trasforma la storia vera dell’esplosione della fabbrica Sutter & Thévenot di Bollate, nella quale persero la vita cinquantanove persone, in un romanzo intenso, nel quale riesce a dare voce a chi quella tragedia l’ha vissuta in prima persona. Si tratta di giovani donne, segnate dalla fame e dai sacrifici legati al tempo di guerra, piene di entusiasmo e di sogni; sono giovani operaie che non si fanno piegare dalla fatica ma che lavorano intonando canzoni e prendendosi in giro l’un l’altra, perché un sorriso può riscaldare anche il gelo di certi periodi difficili. Sono ragazze che hanno tutta la vita davanti a sé e sognano il ritorno di padri, mariti, fidanzati e fratelli, impegnati al fronte, per i quali preparano le munizioni, contribuendo quindi alla causa. Sono vite in fiore spezzate da uno scoppio e un incendio, che distrugge sogni e speranze. Ma non c’è tempo per piangere i morti. La guerra, si sa, ne conta. È un dato di fatto, una realtà incontrovertibile, ma la produzione di armi non si può fermare, deve proseguire inesorabile. I soldati, al fronte, di quelle munizioni hanno bisogno tanto quanto della speranza di poter fare ritorno a casa, prima o poi. Mentre la fabbrica riprende la sua produzione, la vita continua e ognuno deve scendere a patti con il proprio dolore e la propria sorte, come il giovane soldato Corrado, disertore per amore, e il carabiniere che vuole riacciuffarlo; come la giovane stuprata dalla guerra e come Martino e Teresa, i genitori di una delle vittime dello scoppi, Emilia. Mentre l’uno abbraccia la propria disperazione e vuole viverla da solo, l’altra si nutre di rancore. Un romanzo corale in cui ogni parola è scelta con cura e nulla è di troppo; una storia intensa che racconta l’asprezza della vita e la capacità di resisterle e sopravvivere; pagine potenti in cui una scrittura moderna e ricercata si mescola a echi più classicheggianti, dando vita a un testo che invita, una volta arrivati all’ultima pagina, a ricominciare da capo, per cercare nuovi significati e ogni piccola sfumatura nascosta tra le righe.