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La fattoria del Coupe de Vague

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“Niente lasciava presagire che stesse per accadere qualcosa”. Quando Jean si sveglia, quel mattino, “il cielo ancora imbrattato dei residui della notte”, è tutto come al solito, dai passi furtivi di zia Hortense che scende a preparargli il caffè, al pluf del fornelletto a gas. Come in un meccanismo perfetto, il cielo si sta rischiarando e il mare lentamente ritirando. La marea è particolarmente bassa quel giorno, i carretti e le voci dei raccoglitori hanno già riempito la spiaggia sabbiosa tra i campi di ostriche e cozze. Jean ha ventotto anni, è un ragazzone bruno con gli occhi azzurri, alto e robusto, vive nella fattoria del Coupe de Vague, rosa col comignolo nero da cui fuoriesce sempre un filo di fumo grigio, proprietà delle zie Hortense, alta come lui, “coriacea, granitica, solida, sembra fatta anche lei di calcare come le ostriche e le rocce”, e sua sorella Émilie. Entrambe nubili, mandano avanti casa e azienda, si occupano quindi dell’allevamento e del commercio di mitili. E ovviamente si occupano di Jean, orfano e figlio di un loro fratello, o almeno questo è quello che il ragazzo ha sempre saputo. Lui, Jean, trascorre le giornate lavorando, e nel tempo libero va in giro con la sua motocicletta nuova o fa qualche partita a biliardo. La sera poi, capita spesso che si porti qualche ragazza nel boschetto de La Rochelle, vicino Marsilly dove vive; da sempre le ragazze lo guardano con interesse e desiderio e lui non ha mai avuto necessità e voglia di sceglierne una soltanto. Di tutto il resto si occupano le zie, e anche se sono un po’ opprimenti, per esempio quando la sera fa tardi dopo aver bevuto un po’, a lui va bene così. Quella mattina, però, succede qualcosa di diverso dal solito. Jean vede avvicinarsi il fazzoletto rosso che Marthe - la ragazza che sta frequentando in quel periodo, figlia del vicino Justin Sarlat, ex sindaco, ora nullafacente e assai poco amato dalle zie – porta sulla testa, anche lei al lavoro tra i raccoglitori. Gli dice che vuole parlargli, ma di cosa? Con una certa inquietudine il ragazzo la rivede a fine mattinata e così viene a sapere che Marthe è incinta. Disorientato, cosa può fare se non parlare con le zie? Così racconta tutto a zia Émilie, ma se ne occuperà zia Hortense, come sempre, lui deve stare tranquillo. Jane però decide di seguire la zia quando la vede dirigersi in città con Marthe a sua insaputa ed è in questo modo che scopre che sono andate da una ostetrica e poi dal dottor Garat. Dopo un momento di esitazione, vorrebbe andare a riprendersi Marthe, poi gli viene da vomitare, quando capisce cosa ci sono andate a fare dal dottore. Ma non fa nulla, Jean riprende la sua motocicletta e torna a casa. Quella sera succede qualcosa, Marthe si sente male, quindi suo padre va alla fattoria per parlare con zia Hortense. Infine Jean sposa Marthe. Forse gli dispiace, forse no, ma le cose non vanno bene. Sua moglie non sta bene, è quasi sempre a letto, forse ha bisogno di una operazione, probabilmente non potrà più avere figli. Il ragazzo a volte è infastidito dalla sua presenza e dalla sua malattia, altre prova una certa tenerezza, ma di lei si occupano le zie, soprattutto zia Hortense all’ora “della cura”. Poi succede che c’è necessità di incontrare un cliente importante ad Algeri. Le zie dicono a Jean che deve partire…

Nel saggio Georges Simenon. Fotografie di viaggio 1931 – 1935, Freddy Bonmariage racconta che nel 1932 Simenon, sempre in viaggio in cerca di spunti per la sua attività di romanziere e giornalista, si ferma per qualche anno a Marsilly, nei pressi de La Rochelle, dove affitta una proprietà in campagna, La Richardière. Nel piccolo borgo affacciato sull’Oceano, Geroger Simenon ambienta questa piccola storia assai inquietante che, senza essere né un racconto gotico ne horror, risulta abbastanza disturbante. Scritto nel 1938 a Beynac in Dordogna per essere pubblicato a puntate sul settimanale “Marianne”, uscì in volume nel febbraio dell’anno seguente e fa parte di quei romanzi che il prolifico scrittore francese di origine belga (la sua produzione sterminata consta di circa cinquecento romanzi) - secondo il data base dell’UNESCO Index Traslationum il 15° autore più tradotto di tutti i tempi – definiva “romanzi duri”. In Italia è stato pubblicato per la prima volta negli Oscar Mondadori nel 1969 con il titolo Le zie e con la traduzione di Francesco Rigamonti. In questo borgo della provincia francese degli anni ’30 l’atmosfera è immobile, rarefatta, chiusa, soffocante, un teatro statico che cela dietro la rispettabilità piccolo borghese ipocrita e falsa, un vero e proprio verminaio – come è stato definito – brulicante di pettegolezzi, rancori mai sopiti, segreti, bugie, invidie, ricatti. Ed è proprio l’atmosfera la vera protagonista di questa vicenda crudele, più che il giovane e aitante Jean, un ragazzone cresciuto con due zie subdolamente invadenti, incapace di prendere in mano la sua vita, comodamente adagiato in una routine nella quale non deve occuparsi di nulla oltre al lavoro. Anche quando affiora qualche dubbio, qualche guizzo di volontà propria, subito lascia spazio ad una certa ignavia, ad una pigrizia mentale e morale che gli fa accettare le soluzioni che le zie impongono. Anche quando capisce bene che a farne le spese è la povera Marthe. La fattoria rosa del Coupe de Vague, prospiciente la spiaggia omonima affacciata sulla costa atlantica della Francia, dove le maree permettono l’attività delle zie, è testimone silenziosa di segreti e cose non dette ma accettate passivamente. Tutto, nella famiglia di Jean e nella piccola comunità, si regge su equilibri precari che a nessuno è dato mettere in discussione. Quando il “colpo d’onda” – proprio come il nome della fattoria – arriva a turbare la vita alla fattoria, ha inizio la storia. Le due megere tentano di ristabilire l’equilibrio a loro modo, costi quel che costi; Jean, incapace di prendersi qualunque responsabilità, è persino infastidito da qualunque allusione ai problemi, compresi quelli che riguardano la salute di sua moglie, e preferisce che se la vedano le zie, Hortense soprattutto. Questa storia crudele avvolge lentamente come una ragnatela il lettore, che ad un certo punto intuisce l’epilogo inesorabile e si ritrova assorbito nel clima opprimente saturo di cose taciute e terribili. A Simenon, come è noto, non servono troppe parole per raccontare, per dare vita ad un affresco affascinante e intrigante. Con il suo sguardo acuto, attento alle vicende umane, “Simenon ci mostra l’abisso dietro le apparenze” come scrive Fabio Gambaro su “Robinson”. Le descrizioni dei luoghi e dei paesaggi fanno il resto, come sempre nei suoi romanzi. Stile asciutto, tempo rallentato scandito dalle maree, la crudeltà, lo squallore e l’ipocrisia celati dietro le esistenze regolari e sempre uguali di una piccola comunità: questi gli ingredienti di questa storia cupa e cinica che si legge d’un fiato e che resta dentro come un vago malessere dopo aver voltato l’ultima pagina. Come capita spesso con questo scrittore, qualcuno ha evidenziato anche in questo romanzo una certa misoginia nella rappresentazione dei personaggi femminili, contrapposta come ad una condiscendenza nei confronti di quelli maschili. Fosse anche vero, la lettura non ne risulta minimamente penalizzata.