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La felicità degli altri

La felicità degli altri

Cloe, Clotilde, bambina abitata dai fantasmi, come la casa in cui vive; piccola Cloe, dieci anni, suo fratello Emmanuel perduto per sempre, fuggito dalla finestra aperta e precipitato proprio come un canarino che non avrebbe mai potuto vivere fuori dalla gabbia; Cloe oramai sola, partita al seguito delle ombre che la madre le ha regalato in dote il giorno in cui sceglie di abbandonarla – un distacco voluto, quello della madre, un’abscissione si direbbe in natura, ovvero il distacco di foglie o fiori provocato spontaneamente dalla pianta madre - il giorno in cui anche i fantasmi scelgono di non restare nella casa e seguirla ovunque lei sarebbe andata. Lo stesso giorno in cui il Generale e Madame l’accolgono nella Casa dei timidi, piccolo mondo racchiuso sulla cima di una collina e dove ha inizio una sorta di rigenerazione, di ricomposizione degli elementi che formano Cloe. Tra questi, ci sono ancora i fantasmi, trasformatisi in ombre che l’accompagnano. In questo spazio fatto di pareti legnose, regole, rituali e credenze profumate di cibo, ci sono altri bambini che arrivano e poi ripartono, ma soprattutto c’è Jerus, così simile a lei, forse abitato dalle stesse ombre fantasmatiche. Quando l’incendio brucia parte della Casa dei timidi, Cloe ricomincia daccapo, ora giovane donna le cui impronte si percepiscono appena nella quotidianità: un lavoro sottopagato in una casa editrice, l’università frequentata a Venezia dove incontra il professor T. con il quale segue il corso di Estetica dell’ombra e che diventerà la sua guida. Non per scacciare i fantasmi, ma per imparare il loro linguaggio e accettarne la forma, toccare i loro confini, chiamandoli infine con il nome giusto. Le parole del professor T. sono i mattoni che le occorrono per costruirsi una casa addosso, una corazza, un vestito che la proteggerà nel ritorno alla Casa dei timidi, a quel che resta delle sue stanze, del Generale e Madame che da lontano l’hanno sempre seguita. Un ritorno, assieme a quello di Jerus, atteso e necessario, prima di affrontare e rivolgere la parola all’ultimo e più grande fantasma che l’attende nella casa in cui Cloe è nata...

“Sospetto che, casa per casa, diventiamo le mura in cui siamo stati: mattone dopo mattone, crepa dopo crepa, quel che di noi ritroviamo è un edificio ingannevole, con il pavimento dissestato e stanze in cui non entriamo più. (..) Eppure, più spesso di quanto crediamo, è in quelle stanze in cui non entriamo che, nascosto alla vista, è rimasto quel noto bandolo che sbroglierebbe la matassa. Se solo avessimo il coraggio di fare la posta alle ombre, di coglierne il suono leggerissimo rivolto soltanto a noi.” Non è la prima volta che Carmen Pellegrino utilizza la casa come simbolo delle geometrie interiori e più profonde dell’uomo. Le ritroviamo in Se mi tornassi questa sera accanto e, ancora prima, in Cade la terra. Le case non sono solo finestre spalancate, vetrate e pareti illuminate, ma sono anche interstizi, vani bui, camere chiuse e mai più riaperte. Dentro, ancora vita, ma impreparata alla luce là fuori. Dentro, ancora parole dimenticate come quelle prigioniere dei libri accatastati, come voce di polvere a cui preferiamo non rivolgere la parola. Per raccontare questi luoghi occorre conoscere un linguaggio antico come le travi che sorreggono il tetto. Carmen Pellegrino possiede questo talento sin dagli esordi letterari, la capacità cioè di illuminare le ombre senza dissolverle. Non è da tutti la capacità di narrare una storia togliendo anziché aggiungendo, invitando a chiudere gli occhi per immaginare invece di spalancarli e guardare. Si può, ad esempio, raccontare in poche frasi la felicità anche per sottrazione. “Ci salutammo così, ricordando l’una all’altra che se non potevamo essere grate per quello che avevamo ricevuto, potevamo esserlo per quello che ci era stato risparmiato.” Non è il tripudio, non sono i fasti di una gioia sbandierata, ma sono piccole dosi di onorevole gratificazione, sono minuscoli passi in avanti, mattoni poggiati uno sull’altro. I romanzi di Carmen Pellegrino costruiscono case, cose e persone, e fanno sempre costruire qualcosa a chi le legge, perciò saperla di nuovo al Campiello è una gioia, è la felicità per La felicità degli altri.