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La festa del caprone

La festa del caprone

1996. Urania Cabral è nella sua stanza al nono piano dell’Hotel Jaragua di Santo Domingo, la città che quando lei ci è nata si chiamava ancora Ciudad Trujillo. La sua città. La città che ha lasciato nel 1961, la città che non vede da trentacinque anni. Aveva giurato che non avrebbe mai più messo piede sulla sua isola natale, invece ora eccola qua. “Sintomo di decadenza? Sentimentalismo autunnale? Curiosità, nient’altro”. Vuole solo vedere se è capace di percorrere “questo paese estraneo” senza che ciò susciti in lei tristezza, nostalgia, odio, amarezza, rabbia o c’è qualcosa in più? Forse vuole rivedere suo padre? Un brivido la percorre. Suo padre non è stato un uomo qualsiasi: quel vecchio ormai ridotto da dieci anni a una larva umana per una grave emorragia cerebrale una volta era il senatore Agustín Cabral, ministro del dittatore Leónidas Trujillo (il Capo, il Generalissimo, il Benefattore, il Padre della Patria Nuova). Urania si chiede se lo odia ancora. Forse non più. In passato ha augurato a suo padre disgrazie, malattie, incidenti. Ma saperlo su una sedia a rotelle incapace di camminare, mangiare, parlare, lavarsi, andare in bagno da solo non le ha dato alcuna soddisfazione, alcun sollievo. Cosa direbbe a quell’invalido se lo vedesse ora? “Ciao, papà. Come stai, papà. Non mi riconosci? Sono Urania. Certo, come mi puoi riconoscere. L’ultima volta avevo quattordici anni e adesso ne ho quarantanove. Un sacco di anni, papà. Non era l’età che avevi tu, il giorno in cui me ne sono andata? Sì, quarantotto o quarantanove. Un uomo nel pieno della maturità. Adesso, stai per compierne ottantaquattro. Sei diventato vecchissimo, papà”. Urania esce dall’albergo, si avventura per le strade di Santo Domingo sotto il sole già torrido malgrado sia ancora mattina presto. Un chiasso infernale le assale le orecchie: voci, motori, radio, clacson, latrati di cani. Una esplosione di vita selvaggia, immune alla modernizzazione. Gli occhi degli uomini che incrocia per la strada si posano insolenti e avidi sul suo viso e sul suo corpo: qui sono ancora tutti abituati a fare così con le donne, non come negli Stati Uniti…

Nella Repubblica Domenicana in grave crisi finanziaria e sociale della seconda metà degli anni Venti, alla fine dell’occupazione statunitense – durata dal 1916 al 1924 – il presidente Horacio Vásquez si trovò a fronteggiare un’insurrezione armata. Ordinò allora al suo Capo di stato maggiore, il controverso generale Rafael Leónidas Trujillo Molina, ex bracciante, ex rapinatore, ex poliziotto, di sedare la rivolta con la forza, ma questi si rifiutò di intervenire, costringendo di fatto Vásquez alle dimissioni e all’esilio. Alle elezioni presidenziali immediatamente seguenti Trujillo – considerato a quel punto una sorta di eroe popolare – fu l’unico candidato e così nel 1930 divenne ufficialmente presidente della Repubblica Dominicana con Estrella Ureña come vicepresidente, in un clima di intimidazione e violenza che in pochi mesi sfociò in una feroce dittatura destinata a durare per oltre trent’anni, una delle più corrotte e sanguinose della storia dell’America Latina (oltre alla repressione sistematica e violenta di ogni opposizione, Trujillo si rese protagonista nel 1937 del massacro di circa 20.000 haitiani una spietata operazione di “pulizia etnica” durata cinque terribili giorni). Dopo decenni di potere quasi assoluto però il 30 maggio 1961 il dittatore cadde in una imboscata mentre usciva da un incontro con una sua giovane amante e fu freddato a colpi di fucile da un commando di sette uomini agli ordini del generale Juan Tomàs Diaz, appoggiato dalla CIA su indicazione del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy e di suo fratello Robert. Mario Vargas Llosa ha sempre considerato molto affascinante la parabola di Trujillo e finalmente nel 2000 ha trovato la chiave di lettura giusta per raccontarla: tre storie intrecciate – tra realtà e finzione. Quella di una immaginaria famiglia Cabral molto vicina al dittatore e al suo sistema di potere e corruzione; quella dello stesso Trujillo, ritratto nei suoi ultimi giorni di vita; e infine quella di alcuni dei suoi sicari. Secondo romanzo del Premio Nobel per la Letteratura 2010 ambientato fuori dal Perù (il primo è La guerra della fine del mondo), questo La festa del caprone (“El pueblo celebra / con gran entusiasmo / la fiesta del Chivo / el treinta de mayo”, recita una canzone domenicana riferendosi all’assassinio di Trujillo) è una denuncia dell’orrore della dittatura ma soprattutto della sua miseria. Il Trujillo di Vargas Llosa è un assassino, un violentatore frustrato dalla sua impotenza, un corrotto, un vampiro che si nutre del sangue del suo popolo, una figura corrusca e feroce che simboleggia la natura in parte irrazionale, arcana e selvaggia degli autoritarismi dell’America Latina.