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La fiaba nucleare dell’uomo bambino

La fiaba nucleare dell'uomo bambino

Un treno attraversa le sconfinate steppe del Kazakistan. È in viaggio ormai da quattro giorni e quattro notti. A ogni stazione viene preso d’assalto da venditrici di lana di cammello, pesce essiccato e palline di kurt, ma stavolta c’è qualcosa di diverso. A salire sul treno è un ragazzino – avrà dieci, dodici anni al massimo – che imbraccia un violino e inizia a suonarlo con maestria. Non esegue i soliti brani della tradizione, suona Brahms. Poi si interrompe e con una “voce robusta, stentorea, da adulto” offre ai viaggiatori il suo ayran fatto in casa. Alle domande curiose di Hamid reagisce bruscamente, afferma offeso di non essere un ragazzino, di avere ventisette anni, ha anche i documenti per dimostrarlo. Si chiama Eržan, Hamid lo invita a restare sul treno a parlare con lui fino alla prossima stazione, gli compra l’ayran fatto in casa e lo invita nel suo scompartimento. Il treno sfreccia nella steppa, Eržan racconta la sua storia. È nato nella piccola stazione di Kara-Ŝagan, suo nonno era un guardialinee, teneva sotto controllo i binari e gli scambi. La famiglia era composta da nonno Daulet e nonna Ulbarsyn, dai figli Kepek e Kanyŝat, madre di Eržan. Suo padre? E chi lo sa: la madre a sedici anni era corsa nella steppa inseguendo una sciarpa rubata dal vento. Poi una strana luce aveva illuminato di colpo l’orizzonte, la terra aveva tremato ed era arrivato una specie di uragano oscuro che aveva fatto cadere la ragazza sul fondo di un burrone. Qui Kanyŝat aveva ripreso conoscenza mentre un uomo – o forse un alieno – vestito con uno scafandro giaceva su di lei. Ecco probabilmente chi era, il padre di Eržan! Tre mesi dopo, quando la pancia era diventata evidente, Daulet aveva picchiato a sangue la figlia incinta, gliela avevano dovuta strappare dalle mani o l’avrebbe uccisa. Da quel giorno, Kanyŝat era diventata muta…

Pochi lo sanno, ma tra il 1949 e il 1989 nel poligono nucleare sovietico di Semipalatinsk – voluto da Stalin a circa 400 km ad est da Nur-Sultan, la capitale kazaka, nel mezzo di una desolata steppa, su di una superficie di circa 18.000 km2 – sono state innescate ben 456 esplosioni nucleari (sia nell’atmosfera sia sottoterra). Malgrado la scarsa densità di popolazione della zona, l’impatto del fallout radioattivo sugli abitanti delle zone vicine a Semipalatinsk è stato drammatico (quello sul resto d’Asia e del mondo non calcolabile, peraltro), con decine di migliaia di vittime dirette per avvelenamento radioattivo e tumori, senza parlare delle spaventose malformazioni genetiche causate. Le autorità dell’URSS per lungo tempo tennero nascosta l’esistenza del poligono nucleare e poi negarono ogni pericolo per la salute. Le proteste sempre più vibranti da parte della popolazione kazaka vennero dapprima ridicolizzate (le malformazioni sarebbero derivate dallo stile di vita “primitivo” dei locali) e poi represse con la forza: parlare di radiazioni fu semplicemente e severamente proibito. Solo con la disgregazione dell’Unione Sovietica, la fine della Guerra Fredda e la cessazione dei test nucleari lo scandalo venne a galla (vedi il reportage di Pierpaolo Mittica e Alessandro Tesei per “Internazionale”) ma ormai il danno era fatto, basti pensare che in larga parte del territorio del poligono la terra e l’acqua resteranno contaminate da livelli letali di radiazioni per almeno 24.000 anni. Lo scrittore uzbeko Hamid Ismailov torna a parlare di questa spaventosa tragedia con una surreale favola nera che però parte da un episodio di vita vissuta: circa vent’anni fa infatti Ismailov ha incontrato in treno durante un viaggio in Kazakistan un ragazzo di 27 anni che sembrava in tutto e per tutto un bambino di dieci anni, a suo dire a causa di un avvelenamento radioattivo. Ma soltanto ora ha deciso di trarne un romanzo: come ha spiegato in un’intervista a “Tilted Axis Press”, gli sembrava che la memoria dei fatti di Semipalatinsk stesse in qualche modo sbiadendo: “Il popolo kazako, credo, ha ancora una mentalità nomade: guarda sempre al futuro, a nuovi pascoli da raggiungere. Non vogliono pensare ai pascoli del passato, perché questi pascoli hanno esaurito la loro funzione, è come se non esistessero più. Quindi forse i kazaki non vogliono ricordare, ma io sì. Ecco perché questa storia doveva essere raccontata in tutta la sua tristezza”.