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La figlia dell’avvelenatrice

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1763. Il barone Emanuele Rinaldi raggiunge il castello del conte Paruta dopo un viaggio durante il quale non è riuscito a riposare granché. È quindi contento non appena, giunto al castello, viene scortato nella sua camera. Benché stanco, non si abbandona al riposo sul profumato letto che gli è stato assegnato, ma preferisce un bagno caldo, al fine di liberarsi dai parassiti che si sente addosso dopo il pernottamento nell’orribile locanda in cui lui e Domenico, il suo accompagnatore, hanno trascorso la notte precedente. Il conte Paruta – uomo piuttosto ombroso, che fa vita solitaria dopo essere rimasto vedovo ben due volte – è il miglior amico del padre del barone e il giovane Emanuele ha con sé una missiva del genitore ed è stato incaricato di consegnarla al conte, appunto. Oltre a ciò, il principale scopo del suo viaggio è quello di approfondire flora e fauna della zona in cui la dimora del conte è posizionata. Grazie agli studi del naturista Francesco Cupani, il barone Rinaldi desidera imparare a riconoscere ogni pianta catalogata dall’uomo di scienze e, dopo aver esplorato le terre intorno a Palermo, ha deciso di andare in giro per l’intera Sicilia. Il conte Paruta – uomo alto e bello, intorno ai cinquantacinque anni d’età, caratterizzato da uno sguardo malinconico – accoglie il suo ospite con cordialità, ma non si mostra un abile parlatore. Risponde in modo conciso alle domande del barone e, se non fosse per la presenza della giovane Rosa, il clima sarebbe piuttosto distaccato. Rosa è una ragazza graziosa e parecchio discreta. È la figlia del conte, nei confronti del quale pare porsi in maniera piuttosto distaccata, come se i due avessero litigato da poco e non ancora fatto pace. Al termine della cena, dopo essersi ritirato in camera, Emanuele realizza che ora ha un nuovo motivo che lo trattiene in quell’elegante palazzo dall’atmosfera tetra: gli occhi e lo sguardo della giovane Rosa…

Il nuovo romanzo di Vito Catalano – autore siciliano, nipote di Leonardo Sciascia – conduce il lettore in una realtà datata diciottesimo secolo che porta tuttavia in sé le caratteristiche di un Medioevo permeato di gelosia, violenza, vendetta e rivalità. Siamo di fronte a uno scenario che richiama l’ambientazione in cui si collocano le Novelle rusticane di Giovanni Verga: una Sicilia lontana dagli sfarzi e dalla ricchezza della nobiltà, ma vicina al mondo contadino, in cui tradire non è un’onta, se permette a uomini affamati di soddisfare i propri bisogni primari. Una realtà tetra, chiusa, in cui si muove il barone Rinaldi, un giovane ospite, nel castello immerso tra le montagne della Sicilia occidentale, di un caro amico del padre, per approfondire studi scientifici legati alla sua passione di sempre: la flora e la fauna locali. Si tratta di un interesse che cede ben presto il passo a nuove contingenze. Gli occhi blu della figlia del suo ospite sconvolgono i progetti del barone, così come gli strani episodi che hanno appena sconvolto la quiete del castello dei Paruta: la quanto mai singolare morte di un contadino, seguita da un episodio di furto di gioielli preziosi all’interno del castello. Circostanze che spingono il protagonista ad adoperarsi per ricercare la verità, tra le pieghe di una realtà in cui la morte aleggia ovunque, mentre il sentimento di attrazione tra il giovane barone e la figlia del conte pare acquistare sempre maggior vigore. Catalano è abile nel riprodurre un mondo quasi fiabesco, in cui cappa e spada sono protagonisti di ogni decisione, aiutato in questo anche dalla relativa brevità del romanzo, che incuriosisce e avvince. Tra osterie e locande mal frequentate, mascalzoni da scovare e giovani donne da salvare, si snoda un intreccio ben articolato in cui la figura del giovane protagonista, classico eroe senza macchia e senza paura, viene esaltata dal profondo senso dell’onore che anima ogni sua azione.