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La figlia dello straniero

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Anni Cinquanta. Rebecca Schwartz è figlia di immigrati tedeschi fuggiti dalla Germania nazista negli Stati Uniti. Ancora diciassettenne, è andata in sposa a Niles Tignor, di cui tutte le sue amiche erano innamorate e con cui ogni ragazza sognava di avere anche solo un’opportunità. Lui subito dopo il matrimonio l’ha condotta nella piccola cittadina di Chautauqua Falls, dove ora vive insieme al figlio Niley. La vita scorre monotona per la donna che ogni giorno, per riuscire a mantenere il figlio mentre il marito è lontano per lavoro, si reca in una fabbrica dove nessuno sa molto di lei, se non, forse, che è una donna sposata e con un figlio, dato che si è ben guardata dal raccontare gli affari propri in giro, perfino alla sua amica Rita. Eppure un pomeriggio, mentre torna da un turno sfiancante tra il rumore perenne delle macchine, con la tuta sudata addosso e le scarpe da lavoro dure e pesanti, qualcuno, un uomo, la segue a qualche passo di distanza. Un fatto che la mette in soggezione, combattuta tra l’affrontarlo e l’affrettare il passo per raggiungere casa il prima possibile, lei che non è mai stata una ragazza debole e delicata, ma forte, con un carattere ben formato e l’atteggiamento di chi non si fa mettere i piedi in testa da nessuno. Ma quando si volta verso lo sconosciuto, dopo aver soppesato ogni opportunità dall’affrettare il passo all’affrontarlo con chiare parole, finanche alla fuga verso un canale di scolo abbastanza nascosto per sparire alla sua vista, lui la sorprende. Ignorando la sua paura e il suo atteggiamento difensivo ma al tempo stesso pieno di forza, la chiama Hazel Jones. Un nome che non le dice nulla, che di sicuro non dovrebbe risuonarle così forte nella mente nei giorni successivi e che invece è lì, fisso a distrarla dal suo lavoro. Un tarlo…

Joyce Carol Oates racconta una storia familiare che unisce personaggi forti, il grande tema del sogno americano e della realtà nascosta dietro le speranze di chi lascia tutto in cerca del nuovo e un linguaggio sublime e barocco. La prima metà del romanzo è lo scoglio più grande: ostica per terminologia e per eventi, la trama si infittisce scorrendo complessa, un fiume di informazioni esposte con stile fiorito, ricco di dettagli e informazioni che la Oates governa con penna capace. Caparbia, forte e indomita è la protagonista che emerge da queste pagine e prende vita davanti agli occhi del lettore mostrandosi in tutta la sua umile ricchezza di punti deboli che la rendono umana pur nello sforzo d’essere sempre sufficientemente rigorosa. Rebecca è una donna orgogliosa, i cui principi la portano a compiere scelte potenzialmente pericolose - come la decisione di girare armata di un pezzo di ferro mezzo arrugginito in tasca, un’arma da usare contro chi la potrebbe importunare sulla via di casa, in quella strada lunga e sempre deserta, senza pensare che quell’oggetto potrebbe diventare un’arma per l’aggressore - ma anche cariche d’amore, come il possedere libri di scuola e dizionari per insegnare al figlio che ancora all’asilo non va a conoscere i vocaboli giusti, come faceva lei da giovane, e ad usarli nelle giuste situazioni. Eppure Rebecca è anche una donna fragile, cresciuta nella speranza di una vita semplice e sicura, con un marito accanto che non l’avrebbe mai fatta lavorare. Un marito che invece la costringe a stare sola per lungo tempo in una casa di campagna, con il figlio che cresce nel mito del padre e che lei tanto teme possa non essere come tutti gli altri bambini, costretta suo malgrado a lavorare perché i soldi che il marito le manda a casa non bastano per coprire tutte le spese. Rebecca incarna i sogni e la realtà di una generazione in cerca di futuro forse troppo idealizzato e roseo, che invece si trova davanti alla verità cruda di una vita con poche gioie e tanto lavoro. Un romanzo familiare intenso, ricco di piani di lettura ma anche di crudezza e durezza che descrivono con vivida efficacia la situazione di una donna sola e sospesa.