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La figlia più bella

La figlia più bella

Giugno 1986. Il vicequestore Norberto Melis si gode la domenica mattina calma e serena a spasso per Milano, con la moglie Fiorenza e il cagnolone Kim. Sfogliando il giornale seduti alla solita caffetteria dove hanno fatto colazione come d’abitudine, si imbatte nell’ennesimo articolo che parla dell’omicidio di una ragazza alle porte della città, affogata nella roggia, al momento affidato ai colleghi di Abbiategrasso che tuttavia non hanno fatto molti progressi nonostante sia passata già una settimana. Decidono così di dilatare il tempo della domenica, pranzando in una trattoria non lontano dal luogo del delitto, in campagna, approfittandone per fare qualche domanda discreta e ufficiosa qua e là, mossi dalla deformazione professionale lui e da serio coinvolgimento emotivo, lei. Chiacchierano, Norberto e Fiorenza, del caso, della campagna così diversa dalla metropoli anche se così vicina, dei ricordi, del passato, di letteratura e arte e ancora della ragazza morta, facendo ipotesi grossolane, pour parler, e guardando con sospetto le finestre chiuse dietro le quali, chissà, si nasconde un assassino, “Perché, lo dicevano le statistiche, con ogni probabilità l’assassino era uno del posto”…

Ottavo capitolo del ciclo del Commissario Melis, La figlia più bella scorre un po’ lentamente: la trama poliziesca sembra più un pretesto per raccontare aneddoti storico-politici e sociali di quegli anni, denunciando corruzione, connivenza e razzismo, del resto, così come dichiarato in un’intervista a Fahrenheit nel 2015 “Il ciclo di Melis ha l'ambizione di rappresentare l'Italia dal 1978 […] sino alla crisi della Prima Repubblica, gli anni in cui si svilisce la grammatica di una civiltà”. La narrazione è inoltre molto spesso interrotta da pensieri ed elucubrazioni dell’autore che parla attraverso i personaggi, e da riferimenti culturali ad ampio spettro: poesia, letteratura, arte, cinema e musica, che hanno molto peso nel romanzo e spingono il percorso investigativo un po’ ai margini. Lo stile oscilla tra il delicato e discreto politically correct, che usa giri di parole per evitare turpiloquio e volgarità, alle parolacce, che sfuggono – più o meno esasperate – tra i denti al vicequestore. Si fa strada anche il dialetto, a sottolineare la differenza di classe tra i personaggi, “in un’Italia con ancora aperte le ferite della guerra”. I dialoghi sono complessi perché il discorso diretto è mescolato a quello indiretto senza soluzione di continuità, e le due forme scivolano l’una nell’altra, generando, talvolta un po’ di confusione. Tuttavia, nonostante non sia un testo facile, riesce a rendersi affascinante anche se lo sfoggio di ipercultura un po’ appesantisce. Comunque, la trama langue e il finale inaspettato risolleva le sorti di questo giallo un po’ sbiadito.