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La foresta d’acqua

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Sono trascorsi dieci anni dalla morte di sua madre e lo scrittore Kogito Chōkō è ormai anziano. Sua sorella Asa lo informa che finalmente potrà consegnargli la valigia di pelle rossa, in cui di certo Chōkō troverà il materiale necessario per terminare, dopo molti decenni, il “romanzo dell’annegamento”. Per Chōkō, l’idea di diventare uno scrittore era nata quasi per caso tantissimi anni prima, quando era ancora un giovane studente dell’università di Tōkyō che frequentava corsi di letteratura straniera. Tornato a casa per la funzione commemorativa in onore di suo padre, uno zio gli aveva fatto notare che non sarebbe stato facile trovare lavoro con una laurea come la sua. Sua madre, esprimendo un parere del tutto inaspettato, aveva esclamato con entusiasmo che, eventualmente, avrebbe potuto fare lo scrittore, soprattutto grazie all’abbondante materiale presente nella loro valigia di pelle rossa. E così, da quella battuta, era nata la carriera letteraria di Kogito Chōkō. Sono passati ormai molti decenni, ma la determinazione di portare a termine il “romanzo dell’annegamento” è ancora forte e, per questo, Chōkō acconsente a trasferirsi per un po’ nella vecchia casa di famiglia immersa nel verde delle foreste dello Shikoku, da tutti chiamata la Casa nella foresta. È proprio lì che Asa intende consegnargli la valigia di pelle rossa, ma solo a patto che lui accetti di collaborare con la compagnia teatrale di Anai Masao, con i cui membri ha stretto amicizia. Poco prima della partenza, mentre Chōkō è impegnato nella sua passeggiata quotidiana lungo il margine del fiume che scorre non lontano dalla sua casa di Tōkyō, viene distratto dal gorgoglio del canale e va a sbattere con violenza contro il palo di un lampione. Accorre in suo aiuto la giovane donna che gli cammina accanto già da un po’, Unaiko, proprio una dei membri del Caveman Group. La donna coglie l’occasione per raccontare all’anziano scrittore che la compagnia è attualmente impegnata nell’ambizioso progetto di portare sulle scene un compendio di tutte le sue opere, a cui spera di trovare un filo conduttore collaborando insieme a Chōkō nella Casa nella foresta. E chissà che proprio la valigia di pelle rossa di sua madre non possa finalmente fornire le risposte alle ricerche di tutti loro…

L’autore giapponese Kenzaburō Ōe, scomparso nel marzo 2023, è stato insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1994 per le sue opere immaginifiche in cui vita e mito vengono condensati per formare un’immagine sconcertante della situazione umana attuale. La laurea in letteratura francese conseguita presso l’università di Tōkyō, la passione per le opere francesi e americane e l’attivismo politico permeano e influenzano fortemente tutti i suoi scritti. Il protagonista di questo romanzo, magnifico esempio di metaletteratura, è Kogito Chōkō, un doppio autobiografico quasi perfetto dell’autore, Ōe. Nato nel 1935 e ormai ultrasettantenne, Chōkō è alle prese con quello che in famiglia viene definito il “romanzo dell’annegamento” e che, molto probabilmente, sarà l’ultima opera della sua vita. Tutto sembra ruotare intorno al padre dell’autore, Chōkō sensei, che appare nel libro solamente sotto forma di racconto, ricordo o sogno, poiché morto annegato e trascinato a valle dalla corrente del fiume in piena nel 1945. Ed è proprio l’acqua il tema che ricorre prepotentemente nell’intera narrazione. Lo stesso titolo originale in giapponese dell’opera, 水死 (Suishi), significa letteralmente “annegamento”. Questo elemento è presente ovunque e sotto qualsiasi forma, tanto da permeare la natura intrinseca del romanzo stesso, costituito da infiniti dialoghi, lettere, riflessioni e ricordi fiume (parola scelta non a caso), incastonati in una sorta di flusso (di nuovo, l’acqua) di coscienza che ricalca alla perfezione quello de La terra desolata di T.S. Eliot, opera fiume (ci risiamo) più volte citata all’interno del testo di Ōe. La figura del padre di Kogito, poi, si riallaccia a un altro tema fondamentale, quello della presa di consapevolezza dell’autore che, sebbene ultrasettantenne, appare bloccato in un preciso istante della sua infanzia. La tragica e misteriosa morte del padre, prima, e il veto imposto dalla madre sulla consultazione della valigia di pelle rossa, poi, hanno cristallizzato nella mente di Chōkō numerosi ricordi che non gli hanno permesso di elaborare completamente ciò che ha vissuto decenni prima. È proprio in questa opera che, insieme al lettore, Chōkō riesce finalmente a mettere un punto alla sua continua ricerca della verità. Che, come si ha modo di apprezzare procedendo nella lettura, risulta indissolubilmente intrecciata alla politica e alla storia contemporanea del Giappone, come spesso accade nei romanzi di Kenzaburo Ōe. All’interno del testo, inoltre, si trovano numerosi riferimenti ad altre opere scritte da Chōkō/Ōe, come Il bambino scambiato, pubblicato in Italia da Garzanti nel 2013, i cui protagonisti sono i medesimi personaggi de La foresta d’acqua, a riprova dell’enorme contenuto autobiografico di quasi tutta la bibliografia di Kenzaburo Ōe. Citando La vergine eterna (2011), poi, l’autore si sottomette addirittura a una sorta di critica e di messa in discussione di tutti i suoi scritti precedenti. In conclusione, è evidente che La foresta d’acqua sia un romanzo per nulla semplice da leggere, a cui occorre dedicarsi con tempo e pazienza per poterne apprezzare al meglio le molteplici sfumature. Ma, alla fine, sa certamente come ripagare il lettore degli sforzi fatti per giungere all’ultima pagina.