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La formula di Socrate

La formula di Socrate

“Gli Ateniesi lo chiamavano tafano, per quanto poteva spazientire”. È con questa immagine che viene introdotto Socrate, filosofo ateniese del V secolo a.C., noto per la sua arte di insinuare il dubbio in chiunque incontrasse e per questo fastidioso come gli insetti che attaccano le gambe all’aria aperta. Ma, per quanto molesto, con questa sua arte di pungolare i propri interlocutori per stuzzicarne il pensiero, il ragionamento, Socrate ha generato una formula non scritta. Un’arte che sembra ereditata proprio da sua madre, un’ostetrica (in greco “maia”), colei che assiste la nascita di un bambino e maieutica, infatti, è l’atto creativo del pensiero. Così, come sua madre, Socrate aiutava gli altri a concepire, a concepire il proprio pensiero, iniettando in loro il seme del dubbio, guidandoli così alla scoperta di sé stessi. Socrate non ha scritto nulla, in quanto credeva che la filosofia non poteva limitarsi ad un testo scritto. Quello che sappiamo, lo dobbiamo a chi lo ha conosciuto, a chi, grazie alle sue parole, ha incontrato, ascoltato il suo “dàimon”, la sua vocazione. È quello che è accaduto a Platone che, da aspirante poeta, scoprì la sua vocazione udendo le parole di Socrate provenire dal teatro di Dioniso. Bastarono quelle a folgorarlo e a indurlo a bruciare tutta la sua produzione poetica per imboccare la strada che lo ha portato ad essere uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi...

“Sono i classici ad essere attuali o siamo noi ad essere classici?”. La forza del pensiero socratico affiora delicatamente in queste pagine in cui Cristina dell’Acqua compie nuovamente un’operazione di rilettura dei classici, già avviata nei suoi libri precedenti: “Una spa per l’anima” (2019) e “Il nodo magico” (2021), editi da Mondadori. In un presente in cui si dà troppa poca importanza alle parole e al loro peso, l’autrice si sofferma sugli insegnamenti di un filosofo, o meglio del filosofo per eccellenza, colui che si è preso l’Atene del V secolo a.C., che riponeva una fiducia talmente grande nella parola e nella sua libertà da non affidarsi a testi scritti. Quello che conosciamo di Socrate lo dobbiamo a chi lo ha conosciuto, Platone, Aristofane, Senofonte, autori altrettanto decisivi della Grecia antica che sono stati folgorati dagli insegnamenti del maestro. Perché questo era Socrate, un maestro, ma ancora prima un uomo che del dubbio aveva fatto la sua certezza, insieme all’idea che per conoscere bisogna partire da sé stessi. “Il sapere di non sapere” è il pilastro del suo pensiero e pungolare, proprio come un tafano, i suoi interlocutori per mettere in discussione le loro certezze, affinché si interrogassero su realtà assodate, è stato un prezioso motore di ricerca della conoscenza, da incontrare scavando a partire da sé stessi. In un mondo fatto di certezze, ma anche di un disorientamento sempre più incalzante, concedersi il beneficio del dubbio è rispondere a quella goccia di DNA socratico che è insito nel nostro pensiero. E magari, come insegna Socrate, è nel dubbio che possiamo incontrare noi stessi.