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La fortuna del greco

La fortuna del greco

Antonio il Greco somiglia a un Bronzo di Riace, quello con un occhio solo, lo dicono tutti. Antonio il Greco è un fortunato, si sa. È scampato alla guerra, alla fame, ai bombardamenti, a un volo di sette metri giù dalla montagna, alla faida. Lo è fortunato dal giorno in cui suo nonno, il pappùa, in procinto di partire per l’America, gli segna la fronte, augurandogli la buona sorte. E quel gesto deve averlo protetto, regalandogli una lunga vita. Una vita che comincia a Carafa Nuova, un paesino dell’Aspromonte, oggi città fantasma, tra marachelle e furtarelli col cugino Antonio il Tozzolo, fantasioso, folle, intraprendente; prosegue con la fuga (o esilio) a Savona, sempre assieme al cugino, nonostante il tentativo dei familiari di separarli affinché righino dritto, verso un lavoro da muratori che avrebbe sfamato le famiglie; poi con il ritorno a Carafa, un lungo viaggio in treno tra bombe e disperazione. E insieme a tutto questo l’amore, per le madri, le sorelle, le mogli, le figlie; la perdita e il ritrovamento di oggetti, corpi e speranze; le faide nate da episodi di vendetta isolati che si lasciano dietro una lunga scia, e sullo sfondo le storie dei singoli personaggi di Carafa, dal Signorino a Don Roberto, da Marina a nonna Antonietta, dai Romeo all’Orbo al maresciallo Badalà a Marilda. E infine il terremoto che dapprincipio sembra portare tutto via con sé e poi si fa spinta verso un nuovo inizio…

È l’andamento circolare la caratteristica di questo romanzo, finalista al Premio Flaiano 2024, opera prima del calabrese Vincenzo Reale, autore di racconti e libretti d’opera. Le voci di un romanzo in cui i personaggi ritornano ciclicamente, senza mai rubarsi la scena a vicenda, scomparendo e riapparendo attraverso episodi e aneddoti che trovano la loro giusta collocazione con il procedere degli eventi. Personaggi che dialogano con i santi e i morti, come Coletta, la madre di Antonio; donne in grado domare i serpenti, come Teresa, la madre del Tozzolo; uomini violenti pronti ad ammazzare e a farsi ammazzare; uomini spensierati e liberi, come il Tozzolo, cugino di Antonio, quasi un suo doppio, la cui impronta perdurerà anche oltre la morte. E così, tra presagi, anticipazioni, malocchio, intimità, streghe, briganti, amore e violenza, si dipana una storia a più livelli che va avanti come una costruzione, a strati, proprio come la vita di Antonio, la voce principale, ispirata dal nonno dell’autore; un uomo che ha fatto dell’essere muratore non solo un mestiere ma anche una filosofia di vita, un modo per osservare gli avvenimenti, costruirli e ricostruirli, assemblandoli pezzo dopo pezzo fino a ottenere almeno una parte di senso. Un romanzo da assaporare lentamente, che è al contempo epico e concreto, magico e reale, proprio come la tipica tradizione di Calabria, impregnata di stregoneria, sacrifici, superstizioni, fatica e immaginazione.