Salta al contenuto principale

La frontiera

La frontiera. Viaggio intorno alla Russia

Capo Dežnëv è il punto più orientale del continente eurasiatico. Solo novanta chilometri lo separano da Capo Principe di Galles, dall’America. In mezzo, c’è lo stretto di Bering. “È qui, esattamente qui, che finisce l’Asia, è questo il punto dove ha fine la sterminata Russia”. Il luogo è dedicato a Semën Dežnëv, che nel 1648 era un esattore tributario dello zar. I cosacchi avevano ricevuto dallo zar l’incarico di riscuotere lo yasak, un tributo di preziose pelli. Un compito difficile e pericoloso, perché tantissimi abitanti della Russia del XVII secolo, soprattutto quelli che vivevano in regioni così remote, non sapevano neppure di essere sudditi dello zar e di conseguenza non vedevano molto di buon occhio l’idea di essere obbligati a versare un tributo a un sovrano tanto lontano da loro. Dežnëv doveva essere ritenuto particolarmente abile o particolarmente coraggioso, perché era uno degli esattori più “di frontiera” e infatti si spinse più a est di quanto nessun russo avesse mai fatto, raggiungendo il promontorio che oggi porta il suo nome. L’antropologa norvegese Erika Fatland pensa a tutto questo mentre si inerpica pino al piccolo faro in cima a Capo Dežnëv, circondato “da ripidi pendii verdi e rocce a picco”. Ai piedi del faro c’è un gruppetto di case di legno. Erika è arrivata fin là a bordo di una vecchia nave da ricerca sovietica, la “Akademik Shokalskiy”: con altri quarantasette passeggeri (perlopiù anziani con colorate giacche in gore-tex, costosi binocoli e macchine fotografiche ancor più costose) sta costeggiando il confine nord della Russia, da Anadyrsk a Murmank. Ognuno di loro ha sborsato più di ventimila dollari per trascorrere quattro settimane su “una nave relativamente piccola, condividendo la cabina, con doccia e bagno in corridoio, avendo come unico diversivo lo sbarco su desolate isolette battute dal vento”. Questa è l’ultima parte di un lunghissimo viaggio durato otto mesi…

Il perimetro dei confini della Russia è il più lungo del mondo: si estende per 60.932 chilometri (solo per fornire un termine di paragone, la circonferenza terrestre misura 40.075 chilometri). La Russia confina con Norvegia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Bielorussia, Ucraina, Georgia, Azerbaigian, Kazakistan, Cina, Mongolia e Corea del Nord. Eppure quasi due terzi del confine russo corrono lungo la costa, da Vladivostok a est fino a Murmansk a ovest: “un’area immensa, quasi disabitata, per lunghi periodi dell’anno ricoperta da ghiaccio e neve”, una delle ultime regioni della Terra a venire esplorata e mappata. Erika Fatland nel 2017 ha percorso con ogni mezzo disponibile il confine russo e ne ha tratto questo memorabile reportage: iniziando dalla Corea del Nord e poi procedendo verso ovest, fa brevi cenni alla storia delle quattordici nazioni che visita, ne descrive le principali caratteristiche culturali, artistiche e naturalistiche, ma soprattutto racconta come in quelle nazioni è percepita l’enorme Russia che su di loro incombe. Che sia stata nella sua fase imperiale, comunista o autocratica, la Russia è stata – e rimane – un vicino ingombrante, imponente e dalla politica estera spesso intimidatoria. L’idea, a quanto pare, è venuta a Fatland in seguito a un sogno in cui “vagava su una vasta mappa e i suoi passi seguivano una linea rossa ondulata: il confine della Russia”. La frontiera è quindi un reportage sulla Russia in cui non si visita mai la Russia: una idea originale e potente ulteriormente arricchita dai ritratti vividi e indimenticabili di tante persone incontrate durante il viaggio.