13 gennaio. Sono passati due minuti e trentaquattro secondi dalla mezzanotte. Così almeno recita il marcatempo. Due ore, due minuti e trentaquattro secondi in più rispetto al termine dell’orario di lavoro della giornata, uno sforamento che è ormai una costante. L’atrio dell’ospedale è deserto, illuminato dalle luci al neon. Nella guardiola due vigilanti giocano a carte, nei reparti gli infermieri mettono su il caffè mentre i pazienti dormono. Fuori il parcheggio è immerso nel buio, nel gelo dell’inverno e nella nebbia. Lei, prima di entrare in turno, alle 15, ha parcheggiato lontano, un po’ per carenza di posti auto, come accade sempre al pomeriggio, un po’ per evitare i parcheggiatori abusivi e le loro quotidiane, intollerabili estorsioni. Le chiavi dell’auto strette nel pugno, da usare al bisogno come strumento di difesa, percorre il perimetro del parcheggio. Prima sente un tenue crepitio; poi, nel cono di luce di un lampione, lo vede: è seduto a gambe incrociate sul cofano di un’auto. Indossa jeans sdruciti e una maglietta dei Rolling Stones. Il viso è rischiarato dalla brace della sigaretta, e non sembra avere freddo. Alle sue spalle, due enormi ali membranose. Si scambiano poche parole; lei è convinta si tratti di un’allucinazione, probabilmente legata alla cattiva abitudine di saltare i pasti durante i turni. E in fondo lui non cerca di convincerla del contrario. Lei ancora non lo sa, ma si tratta solo del loro primo incontro. Anche la seconda volta le si manifesta a fine turno. Questa volta sfoggia una maglietta dei Led Zeppelin e le appare sul sedile del passeggero in auto, una Tennent’s in mano. Le rivela che, in fondo, è stata lei a chiamarlo. Perché lui, Lucifero, si palesa alle anime che perdono la speranza, che si sentono tradite, smarrite, sovrastate dalla rabbia o dalla delusione…

“In Pronto soccorso sono tutti arrabbiati con tutti. Operatori sanitari con altri operatori sanitari, pazienti con operatori sanitari, pazienti con altri pazienti. Ognuno di loro è arrabbiato perché si sente depredato di qualcosa: salute, attenzione, rispetto, informazioni, ma soprattutto tempo. E tutti vogliono essere risarciti, pienamente e subito”. I dati forniti di recente dalla Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza fotografano una realtà impietosa: nel 2026 circa il 70% dei Dipartimenti di Emergenza-Urgenza non sarà in grado di coprire il fabbisogno di personale medico. Il che, tradotto in termini semplici, comporterà un aumento di carichi lavorativi già attualmente, nella maggior parte dei casi, ingestibili. Se a qualcuno fosse rimasto qualche dubbio su cosa possa significare lavorare nelle realtà di trincea della maggior parte dei Pronto Soccorso del nostro Paese, non resta che immergersi tra le pagine di questo romanzo. Giorgia Protti, classe 1988, è medico, specialista in Medicina Interna, con anni di lavoro nel Pronto Soccorso e nel Reparto di Medicina d’Urgenza di un grande ospedale piemontese; appassionata di letteratura, già autrice di Onirica – I racconti dell’insonnia (Aletheia editore, 2021) e di articoli di divulgazione scientifica sulla rivista online “Medical Facts”, riversa nel suo romanzo d’esordio molto più della propria esperienza personale e lavorativa: dietro la cornice fantastica, La giusta distanza dal male rivela una disperata discesa in un inferno fatto di turni estenuanti, ritmi che non lasciano respiro, carichi lavorativi e psicologici distruttivi. Una spirale che tutto trascina con sé, e che è difficilissimo lasciarsi alle spalle una volta terminato il turno. Errori sempre in agguato, decisioni da assumere spesso nel volgere di pochi istanti, le ansie e le attese dei pazienti e dei loro familiari che non di rado si traducono in insofferenza o, addirittura, in aggressività. Il dolore, da cui è difficilissimo riuscire a trovare “la giusta distanza”: quella che consente di mantenere la necessaria umanità nel lavoro di cura, nonostante le condizioni impossibili in cui ci si ritrova a operare, e al tempo stesso di non restarne stritolati. Protti scrive di burn-out con la lucidità di chi ha attraversato una linea di confine, un limite oltre il quale non è difficile immaginare di poter perdere sé stessi, la propria integrità, il senso stesso della propria esistenza. E agire, drammaticamente, di conseguenza. Sa raccontare una realtà vissuta, subita nella carne e nell’anima, senza mai scivolare nella retorica dell’eroismo, senza cedere alla tentazione della celebrazione o dell’auto-commiserazione. Offre al lettore una chiave di lettura affatto scontata del cliché letterario del patto col diavolo, del male inteso in tutte le sue declinazioni, senza rinunciare a qualche tocco di ironia (Lucifero che, dopo aver sfoggiato t-shirt dedicate al gotha dei gruppi rock e metal, si presenta a uno dei periodici incontri con la protagonista con indosso la maglietta delle Spice Girls…) che, per contrasto, rende ancor più nitida la fotografia dei rapporti umani che si sfaldano, dell’empatia nei confronti dell’altro – che sia paziente, collega, amico, compagno di vita – che si prosciuga lentamente fino a lasciare un deserto esistenziale. Nei capitoli conclusivi l’atmosfera fantastica assume toni ancor più cupi, con venature surrealiste, che preludono a un inatteso finale.